Diga di Begato. Epitaffio per il Mattone culturale

Diga di Begato, addio. Per sempre.

Questo, se la realtà seguirà effettivamente gli annunci, sembra essere l’epitaffio di un quartiere residenziale, che di residenziale non ha mai avuto niente, simbolo di una contorta politica abitativa promossa dalla sinistra genovese enfaticamente passata alla storia come la stagione de: “il mattone culturale”.
Una amplificazione lessicale specifica di un gruppo dirigente che a metà degli anni ’70 aveva scoperto il volano dell’edilizia per costruire una Genova ideologicamente diversa, modificando coerenze e forzando situazioni. A cominciare dalla nozione e dal significato di luogo vivibile.

Un luogo vivibile è un ambiente edificato che tiene insieme, coerentemente, necessità costruttive, spazi e momenti di relazione, mobilità, servizi e panorami.
Le città antiche con i loro centri storici sono esattamente questo: un luogo dove le persone possono vivere, parlare, spostarsi, rifornirsi in un ambiente socialmente e fisicamente coerente dove pure il clima e la luce sono soggetti integrati con la vita vissuta. Questo è un quartiere residenziale. Così erano i vecchi quartieri così avrebbero dovuto essere i nuovi. Invece l’interpretazione celebrativa e dogmatica della sinistra genovese, per la verità non solo genovese ma italiana [1], ha portato a insediamenti residenziali calati nel nulla.
Diga di Begato 02Nullità estetica, nullità sociale, nullità culturale, nullità identitaria.
Le persone lì confinate come i non luoghi che li ospitano semplicemente non esistono.
Non possono esistere in quanto non c’è niente che li leghi con la vita reale. Non ci sono l’insieme delle relazioni che fanno di singole persone una comunità cittadina, non ci sono i contenuti che fanno di un territorio la base di un’identità.
Per avere un’identità bisogna esistere, perché un quartiere esista ci vuole una strada che vi conduca e soprattutto che sbocchi su una realtà concreta.
Ma le strade che portano alla Diga di Begato come ai grandi insediamenti di Voltri, Pegli, Molassana, sono strade che non portano da nessuna parte.
Alla loro fine non c’è una realtà concreta, c’è un parcheggio. Uno spazio morto.
Per uomini e donne morti e sepolti nella loro invisibilità.

Adesso in questo mondo oscuro di luoghi non luoghi sembra arrivare la luce di un processo di recupero. Che dopo la stagione sinistra della centralità del centro e della perifericità delle periferie venga quella della centralità delle persone?

[1] Modena nei quartieri popolari costruiti nell’ultimo quarto del ‘900 mostra l’intero campionario di questo gusto per l’abbandono delle vecchie tradizioni. Isolati e quartieri posti nel nulla, serviti da strade che sboccano su uno squallido parcheggio di un complesso residenziale più banale ancora. Questo fa della Modena moderna sicuramente la città più brutta d’Italia.

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