Redistribuzione. La parola magica !

Cofferati scrive che la sinistra "Deve realizzare una redistribuzione equa della ricchezza prodotta destinandone una parte cospicua a cancellare la povertà.".
Sia i clericali che i socialcomunisti considerano la povertà come materia di gestione esclusiva (i destri, salvo quelli estremi, mediamente se ne curano poco).
I primi la intendendo come lasciapassare preferenziale per il Regno dei Cieli, i secondi come condizione per aspirare al Sol dell'Avvenire. Sia gli uni che gli altri sembrano non prestare complessiva attenzione alle modalità che portano a quella condizione, cioè il percorso che ha reso povero un individuo.
Pare che per loro (clericali e socialcomunisti) il povero sia creditore di attenzioni particolari a prescindere dal pregresso. Sembra che a loro poco importi se sia stato un nullafacente oppure uno scriteriato oppure una persona messa immotivatamente da parte dal sistema produttivo.
Allora come redimere dalla povertà?
Somministrando la particula, cioè la redistribuzione del reddito ...urbi et orbi.
 
Il refrain della redistribuzione è diventato un mantra per risolvere le "diseguaglianze". Pensare di esaminare i differenti motivi della povertà e conseguentemente trattarla in modi differenti è come dire che il re è nudo : provoca turbamento delle coscienze.
Noi riteniamo che il sistema "redistributivo" corretto debba rispettare l'impegno profuso nel lavorare; vale semplicemente a dire: pagare di più chi se lo merita, chi lavora.
È noto che le grandi aziende giochino su regimi fiscali favorevoli consentiti da leggi italiane e/o da localizzazione delle sedi in Stati con tassazione leggera ma, nella possibilità di attuare assestamenti legislativi tali da recuperare soldi per la comunità, il recupero di ricchezza deve essere redistribuito a beneficio di chi lavora e di chi ha lavorato (per esempio con l'aumento delle retribuzioni e/o benefit di genere diverso).
Solo successivamente, se avanzano i soldi, verrà fatta la "redistribuzione" o -più correttamente- la carità ai "pezzenti".
 
P.S. Non ho utilizzato il termine pezzenti per mia "licenza poetica". Per capirlo basta seguire il sottostante percorso.
Si inizia dal verbo "petere" (1) col suo participio presente plurale "petentes" per terminare nel percorso etimologico (2) che porta a "pezzente".

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