Al tramonto del XIII secolo Genova non rinuncerà al suo particolarissimo standard di città già proiettata verso la futura città globale del Siglo de Oro accettando la sfida di due città, altrettanto libere ed indipendenti, ma appartenenti però al quotidiano medioevale dell’ordine italico: Pisa e Venezia.
Queste due città certamente possedevano la capacità tecnica, economica e la medesima velocità organizzativa di Genova per essere presenti, incidere materialmente ed in tempo reale, in ogni punto del Mediterraneo e del Medio Oriente. Però rispetto a Genova presentavano e mettevano in scena la qualità opposta: quella di fissare in un istante tutte le temporalità possibili.
Sia per Venezia, ed ancor di più per Pisa, il presente era l’unico tempo avverabile.
Ne consegue che queste due città erano effettivamente contemporanee al contesto in cui agivano mentre Genova già individuava un’era i cui esiti si sarebbero manifestati compiutamente da lì a qualche tempo.
Saranno questi ancoraggi e opposti disancoraggi sopra ogni altra cosa che porteranno allo scontro totale.
In realtà la guerra assoluta sarà più contro Pisa che contro Venezia.
Infatti le due città sul Tirreno si trovano all’incrocio di altrettante differenti dimensioni spaziali nelle quali l’esempio più eclatante riguarda il rapporto fra la logica dei luoghi e quella delle circolazioni. In questo senso nell’accezione di Genova del XIII secolo il «locale» era già pensato per accogliere, modificandosi di volta in volta, mentre dal lato pisano il «locale» è uno spazio dislocato entro confini fisici o amministrativi nazionalizzati, sempre ben definiti e conteso attraverso conflitti territoriali.
L’idea pisana cercava cioè di valorizzare tutte le potenzialità che stavano dentro, nel luogo e nel territorio. C’è capacità di gestire e di rappresentarsi ma molto minore attitudine a tradurre linguaggi diversi ed a cercare connessioni con quello che viene da fuori. Inoltre manca quel tanto di astrazione per guardare alla realtà come ad un complesso articolato e sfuggente. Difatti è la Fede quella che sopra ogni altra cosa il modello pisano descrive.
Pisa raccontava la Fede e coerentemente la intendeva fino in fondo.
San Sisto, il patrono della città, era vissuto nella esplicita consapevolezza che avrebbe saputo garantire il primato pisano sull’intero Mediterraneo. Il sostegno ad oltranza del Santo aveva favorito una serie di vittorie militari tanto che ingaggiare battaglia il 6 di agosto, ricorrenza del protettore, fissava un momento in cui vissuto e divino erano compresenti.
Ora evidentemente era proprio il 6 di agosto che il potere sceso dal cielo, in cui San Sisto sarebbe dovuto essere il protagonista, avrebbe partecipato a saldare il conto a Genova, l’arcinemica che invece intendeva la Fede a modo suo.
A Genova i Santi contavano ma non erano adorati, andavano e venivano, giacché nessuno aveva l’illusione delle ricompense. In verità per il Genovese lo spazio del religioso era sempre affiancato da un’altra esperienza sul senso della vita nella quale erano gli uomini a dare significato alla loro esistenza.
Questo pensiero qualche secolo dopo troverà ufficialità nell’esecuzione degli affreschi della cappella privata del Doge laddove metà del ciclo sarà dedicato all’illustrazione laica del grande racconto della Genovesità. Ma alla fine del Duecento il programma iconografico era ancora di là da venire e Genova viveva il suo momento più difficile. Pisa non solo era sicura di vincere ma voleva annientare la rivale e per questo aveva dato avvio ad una guerra totale.
Uno sforzo intellettuale e materiale in cui l’unica opzione disponibile era la vittoria. Per questo aveva posto la sua flotta sotto il comando di un veneziano, Albertino Morosini. Era un messaggio per Genova: il primato veneziano consolidava la supremazia celeste ed apriva il campo all’affermazione concreta di Pisa.
È questo l’ultimo invito alla resa incondizionata oltre al quale il mondo conosciuto sarà consegnato ai pisani ed ai loro alleati.
Genova naturalmente non accetterà che il suo cammino si interrompa in quella movimentata fine di XIII secolo.
La guerra tra Pisa e Genova diventa così un confronto portato alle estreme conseguenze.
Va in scena l’ultimo atto.
Il 6 agosto 1284, giorno di San Sisto, Pisa finisce annientata (1) e la sua flotta si inabissa nei pressi dell’isolotto della Meloria.
(1) Degli 11.000 prigionieri pisani ne faranno ritorno a casa, dopo tredici anni, solo un migliaio. Gli altri morirono e furono sepolti nel quartiere che da allora porta il nome di “Campopisano”. In verità non si conoscono le cifre esatte della disfatta di Pisa. Alcune fonti indicano in circa 25.000 il conto dei morti e dei prigionieri. Di certo fu molto elevato perchè la popolazione maschile di Pisa fu impoverita a tal punto da lasciare la città quasi spopolata.