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Io canterò politico

Io canterò politico quando starete zitti e tutti i vostri slogan saranno ormai sconfitti Quando sarete stanchi di starvene nel coro a battere le mani solo se lo

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6 Agosto 1284

Gli interessi erano inconciliabili e l’ineluttabile scontro sarebbe stato risolutivo. Solo una avrebbe vinto determinando la fine dell’altra. Scaramucce, litigi, scontri navali limitati avevano segnato

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Io canterò politico

Io canterò politico
quando starete zitti
e tutti i vostri slogan
saranno ormai sconfitti
Quando sarete stanchi
di starvene nel coro
a battere le mani
solo se lo voglion loro
Ed avrete bisogno
dell’individualismo
per vincere la noia
di un assurdo conformismo

Io, io canterò politico
ma il giorno è ancor lontano
per ora sono l’unico
ad andare contromano
Ma i miei finti colleghi
che fan rivoluzioni
seduti sopra pacchi
di autentici milioni
dovranno ritornare
al ruolo di pulcini
lasciando intatto
il candido e poetico Guccini

Io, io canterò politico
ma sarò troppo vecchio
ed ai giovani dell’epoca
io, io romperò parecchio
Il gusto del dissenso
l’avranno ormai perduto
e il festival giù in piazza
lascerà il paese muto
e pace nel silenzio, sì
questa è democrazia
ma il primo che lo nega voi
voi lo cacciate via

Io canterò politico
soltanto per la gente
che è pronta a riconoscere
di non capirci niente
Non è cambiando tattica
o il nome del padrone
che il popolo ha finito
d’esser preso per coglione
Volete stare comodi
nessuno a disturbarvi
Eh beh, siete serviti
potete masturbarvi.

Bruno Lauzi 1977

Nomen omen

 

La nostra stima nei confronti di quella genia è nota. Pare sia oggettivizzata nel post riprodotto.

6 Agosto 1284

Gli interessi erano inconciliabili e l’ineluttabile scontro sarebbe stato risolutivo. Solo una avrebbe vinto determinando la fine dell’altra.
Scaramucce, litigi, scontri navali limitati avevano segnato i rapporti tra le due Repubbliche. Il preludio avvenne vicino all’isola della Tavolara nell’aprile del 1284 che segnò il punto di non ritorno.

Va in scena l’ultimo atto
6 agosto, giorno di San Sisto patrono di Pisa: nel pomeriggio i pisani scorgono la flotta nemica nei pressi delle secche della Meloria e decidono di attaccarla sicuri della vittoria.

Pisa finisce annientata: la sua flotta si inabissa in quelle acque insieme al sogno di dominare il Mare e cancellare la rivale.
La potenza della Repubblica marinara di Pisa era tramontata.
Diverse migliaia di pisani erano stati uccisi; dei circa 10.000 fatti prigionieri solo un migliaio fece ritorno a casa dopo tredici anni.

Meloria isolotto

Bandiera di San Giorgio

bandiera di Pisa 02

 

 

 

 

 

 

 

la Battaglia della Meloria Palazzo Stefano Balbi

dipinto di Giovanni David
(Cabella Ligure 1749 – Genova 1790)

Battaglia della Meloria
olio su tela, 1777-1778
Palazzo Stefano Balbi
Salotto dell’Aurora o di Flora
via Balbi-Genova

6 agosto 1284: Meloria, l’ultimo atto.

Al tramonto del XIII secolo Genova non rinuncerà al suo particolarissimo standard di città già proiettata verso la futura città globale del Siglo de Oro accettando la sfida di due città, altrettanto libere ed indipendenti, ma appartenenti però al quotidiano medioevale dell’ordine italico: Pisa e Venezia.
Queste due città certamente possedevano la capacità tecnica, economica e la medesima velocità organizzativa di Genova per essere presenti, incidere materialmente ed in tempo reale, in ogni punto del Mediterraneo e del Medio Oriente. Però rispetto a Genova presentavano e mettevano in scena la qualità opposta: quella di fissare in un istante tutte le temporalità possibili.
Sia per Venezia, ed ancor di più per Pisa, il presente era l’unico tempo avverabile.
Ne consegue che queste due città erano effettivamente contemporanee al contesto in cui agivano mentre Genova già individuava un’era i cui esiti si sarebbero manifestati compiutamente da lì a qualche tempo.
Saranno questi ancoraggi e opposti disancoraggi sopra ogni altra cosa che porteranno allo scontro totale.
In realtà la guerra assoluta sarà più contro Pisa che contro Venezia.
Infatti le due città sul Tirreno si trovano all’incrocio di altrettante differenti dimensioni spaziali nelle quali l’esempio più eclatante riguarda il rapporto fra la logica dei luoghi e quella delle circolazioni. In questo senso nell’accezione di Genova del XIII secolo il «locale» era già pensato per accogliere, modificandosi di volta in volta, mentre dal lato pisano il «locale» è uno spazio dislocato entro confini fisici o amministrativi nazionalizzati, sempre ben definiti e conteso attraverso conflitti territoriali.
L’idea pisana cercava cioè di valorizzare tutte le potenzialità che stavano dentro, nel luogo e nel territorio. C’è capacità di gestire e di rappresentarsi ma molto minore attitudine a tradurre linguaggi diversi ed a cercare connessioni con quello che viene da fuori. Inoltre manca quel tanto di astrazione per guardare alla realtà come ad un complesso articolato e sfuggente. Difatti è la Fede quella che sopra ogni altra cosa il modello pisano descrive.
Pisa raccontava la Fede e coerentemente la intendeva fino in fondo.
San Sisto, il patrono della città, era vissuto nella esplicita consapevolezza che avrebbe saputo garantire il primato pisano sull’intero Mediterraneo. Il sostegno ad oltranza del Santo aveva favorito una serie di vittorie militari tanto che ingaggiare battaglia il 6 di agosto, ricorrenza del protettore, fissava un momento in cui vissuto e divino erano compresenti.

Ora evidentemente era proprio il 6 di agosto che il potere sceso dal cielo, in cui San Sisto sarebbe dovuto essere il protagonista, avrebbe partecipato a saldare il conto a Genova, l’arcinemica che invece intendeva la Fede a modo suo.
A Genova i Santi contavano ma non erano adorati, andavano e venivano, giacché nessuno aveva l’illusione delle ricompense. In verità per il Genovese lo spazio del religioso era sempre affiancato da un’altra esperienza sul senso della vita nella quale erano gli uomini a dare significato alla loro esistenza.
Questo pensiero qualche secolo dopo troverà ufficialità nell’esecuzione degli affreschi della cappella privata del Doge laddove metà del ciclo sarà dedicato all’illustrazione laica del grande racconto della Genovesità. Ma alla fine del Duecento il programma iconografico era ancora di là da venire e Genova viveva il suo momento più difficile. Pisa non solo era sicura di vincere ma voleva annientare la rivale e per questo aveva dato avvio ad una guerra totale.
Uno sforzo intellettuale e materiale in cui l’unica opzione disponibile era la vittoria. Per questo aveva posto la sua flotta sotto il comando di un veneziano, Albertino Morosini. Era un messaggio per Genova: il primato veneziano consolidava la supremazia celeste ed apriva il campo all’affermazione concreta di Pisa.
È questo l’ultimo invito alla resa incondizionata oltre al quale il mondo conosciuto sarà consegnato ai pisani ed ai loro alleati.
Genova naturalmente non accetterà che il suo cammino si interrompa in quella movimentata fine di XIII secolo.
La guerra tra Pisa e Genova diventa così un confronto portato alle estreme conseguenze.
Va in scena l’ultimo atto.
Il 6 agosto 1284, giorno di San Sisto, Pisa finisce annientata (1) e la sua flotta si inabissa nei pressi dell’isolotto della Meloria.


(1) Degli 11.000 prigionieri pisani ne faranno ritorno a casa, dopo tredici anni, solo un migliaio. Gli altri morirono e furono sepolti nel quartiere che da allora porta il nome di “Campopisano”. In verità non si conoscono le cifre esatte della disfatta di Pisa. Alcune fonti indicano in circa 25.000 il conto dei morti e dei prigionieri. Di certo fu molto elevato perchè la popolazione maschile di Pisa fu impoverita a tal punto da lasciare la città quasi spopolata.

 

10 maggio. Il Giorno.

Ore nove avanti disnâ. Autostrada A7, direzione Genova, uscita della galleria dei Giovi. Mattino di un giorno di inizio maggio. Ha un aspetto grigio e freddiccio. Non si prevedono piogge. Il sole potrebbe anche mostrarsi con l’avvicinarsi del pomeriggio. Dipenderà dal vento. Adesso c’è una nuvolosità stratiforme con il cielo che si vede come dietro un vetro smerigliato. Sulla sinistra, a mezza costa, il borgo di Montanesi e più in alto il monte della Vittoria sono avvolti nella nebbia. Una nebbia bassa e spessa che da lassù non permette di guardare verso il fondovalle e, tanto meno, in direzione della confinante piana del Polcevera.

Un momento di metà primavera come molti se ne possono vedere in questa parte di mondo.
Così, agli occhi dei suoi protagonisti, doveva presentarsi la mattinata del 10 maggio 1625. Il giorno in cui lo Spazio Ligure rischiò tutto per sconfiggere Carlo Emanuele I, Duca di Savoia, e liberare gran parte del suo territorio già occupato dalle truppe franco-piemontesi.
I savoiardi, decisi a valicare l’Appennino e a conquistare Genova, giungevano dal versante opposto a quello visibile dall’autostrada.

Partendo dalla Valle Scrivia, attraverso Vallecalda, salivano verso quello che allora si chiamava passaggio del Malpertuso (1) . Giunti sotto l’attuale borgo della Vittoria piegavano a sinistra, proseguivano un po’ per poi svoltare a destra aggirando la sommità della collina per prenderla sul fianco rivolto verso la Val Polcevera.

Lì, avvolti dalla nebbia, ad attenderli c’era un drappello di difensori provenienti dalla Val Bisagno ai quali si era aggiunta una manciata di paesani guidati dal rettore di Montanesi. Avvantaggiati dalle condizioni atmosferiche questi combattenti opposero una prima efficace resistenza.
In questa storia il meteo giocherà un ruolo decisivo.
I piemontesi,  benché grandemente superiori per numero e dotazioni, con la vista offuscata dalla nebbia non individueranno mai chiaramente le posizioni e la quantità dei difensori. Cosí lo scontro, ingaggiato alla rinfusa, non prende quota. I paesani guadagnano tempo. Il tempo necessario a far giungere in soccorso delle Milizie del Bisagno quelle accorse dalla Val Polcevera. Dopo molte ore di lotta i piemontesi sono accalcati e stanchi. Dopo un altro po’ la stanchezza diventa isterismo. Ad un certo punto diventa difficoltà. Carlo Emanuele I deve ripiegare. È l’aggancio con la storia.
Sul posto verrà costruito un Santuario dedicato alla Madonna della Vittoria.
Per oltre 350 anni il 10 di maggio ed il relativo Santuario della Vittoria saranno il Giorno ed il Luogo nel quale l’Universo tradizionale Ligure festeggerà, con la Liberazione dall’invasore, la speranza allusiva data dalla nuova primavera e dall’inizio della stagione agricola dello sfalcio dei foraggi.
Oggi, che la memoria storica è uscita dall’ordine del giorno e come categoria la Campagna non esiste più, sul 10 di maggio e sul Santuario della Vittoria è scesa una stagione di silenzio.
Eppure quella è la data delle date. La data in cui le Comunità Liguri, intimamente e irriducibilmente “repubblichiste” e “resistenti”, non vollero soccombere ed essere egemonizzate dall’occupante monarchico e straniero.

Un filo rosso, quello dello spirito di resistenza, che lega le antiche città, i borghi e la gente comune di Liguria alla più moderna esperienza di lotta antifascista. Non c’è interruzione di contatto in questo percorso di Libertà lungo quasi quattro secoli. Ma, solamente, il 10 maggio è il giorno che per primo ha sconfitto l’autoritarismo e la standardizzazione della società.

Converrà ricordarsene. Perché, se oggi viviamo liberi, lo dobbiamo a quel giorno. 10 maggio 1625.

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(1) Il luogo è noto anche come Passo del Pertuso. Agevole valico che all’epoca, aprendosi su Serra e San Cipriano, portava verso Genova.

10 maggio 1625 – la vittoria al Passo del Malpertuso

 

Un drappello di difensori provenienti dalla Val Bisagno
ai quali si unirono una manciata di paesani guidati
dal Rettore di Montanesi e le
milizie accorse dalla Val Polcevera
sconfissero i savoiardi comandati da Carlo Emanuele I.

Le Comunità Liguri, intimamente ed irriducibilmente “repubblichiste” e “resistenti”,
combatterono una Lotta Partigiana contro l’occupante monarchico e straniero
per difendere e conservare le loro Libertà.

Madonna della Vittoria

La statua della Madonna col Bambino conservata al Santuario della Vittoria

 

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