C’era da aspettarselo
Oxford Economic, che ha elaborato la statistica, pare fonte attendibile. La valutazione complessiva si basa sull’esame dei seguenti cinque parametri: economia, capitale umano, qualità della
Oxford Economic, che ha elaborato la statistica, pare fonte attendibile. La valutazione complessiva si basa sull’esame dei seguenti cinque parametri: economia, capitale umano, qualità della
Sua Eccellenza Reverendissima monsignor Marco Tasca, arcivescovo metropolita di Genova, è intervenuto pubblicamente sulla vicenda della chiusura temporanea dell’ex-Ilva di Cornigliano raccomandando che siano salvaguardati
Gene.01 è un prototipo di robot umanoide dotato di AI. È stato realizzato da Generative Bionics di cui l’ingegnere Daniele Pucci è amministratore delegato. La
… solo un auspicio o ipotesi concreta? Vedremo. Prestando fede a quanto dichiarato due giorni fa da Alessio Butti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, la
Sì, certo. Basta impegnarsi programmando da oggi e pensando al futuro, ai prossimi 30-40 anni. React4life ne è la dimostrazione. Non un progetto ma una realtà
Come da articolo l’ESA (European Space Agency) ha assegnato a TEC 760 milioni per il primo cargo spaziale europeo. The Exploration Company ha sede principale
É notizia di oggi lo sciopero dei portuali americani che sta mettendo in crisi i trasporti internazionali. Perché quei portuali sono arrivati ad intraprendere uno
Il Sindaco Bucci dimostra di essere persona volitiva ed amministratore determinato nonostante gli ostacoli che incontra nell’iter per il trasferimento dei depositi chimici (altrimenti detti
Verso la fine degli anni 80 del secolo scorso, fui uno dei primi a Genova, e il primo nel Gruppo cui apparteneva la mia azienda,
Qualche tempo fa ho raccolto lo sfogo di un amico divorziato da alcuni anni e con due figlie. Il nocciolo del suo problema sono i
Oxford Economic, che ha elaborato la statistica, pare fonte attendibile.
La valutazione complessiva si basa sull’esame dei seguenti cinque parametri: economia, capitale umano, qualità della vita, ambiente, governance (cioè il governo, la gestione di una comunità).
Come rilevabile già dal sottotitolo il piazzamento di Genova pare non molto lusinghiero.
A fronte di un ottimo piazzamento nella qualità della vita per cui la Sindaco Salis ha dichiarato che «Essere riconosciuti nella top 30 delle città del mondo per qualità della vita mi rende profondamente orgogliosa …» la valutazione sull’ambiente ci fa retrocedere al 157°
posto.
La valutazione della governance fa scendere ulteriormente al 301° posto.
L’inabissamento procede -669° posto- con l’analisi dei dati sull’economia sino a toccate quasi il fondo con l’esame di quelli relativi al capitale umano: 810° posto su 1000.
Non c’è male anzi non c’è bene.
Scorrendo gli articoli pubblicati in questo sito negli anni trascorsi chi ci ha seguito potrà notare come “mercato del lavoro” (con i collegati PIL pro capite e produttività), “fuga di cervelli” e “tessuto produttivo che stenta ad attratte e trattenere i giovani talenti” siano argomenti ripetutamente trattati.
Forse, per restare in sintonia con due articoli datati (1 , 2), il titolo di questo dovrebbe essere “Quindi abbiamo ragione! ter!”.
Che il Presidente Bucci e la Sindaco Salis, invitati dai sindacati, partecipino allo sciopero odierno ci sta, è un atto di attenzione verso i dipendenti (e, forse, è anche una “marchetta” partitica) ma la loro azione deve puntare a cambiare “il tessuto produttivo”.
Una fabbrica di latta quali prospettive di carriera può offrire ai giovani? Che prospettive di accrescimento professionale posso immaginare?
C’è poco da fare e il ritornello è sempre lo stesso : lavoro povero quindi fuga dei giovani talenti verso lidi che offrono attrattive con un tessuto produttivo dove il sapere è un grande valore aggiunto.
Credo non sia complicato capirlo … nemmeno per i politicanti.

Sua Eccellenza Reverendissima monsignor Marco Tasca, arcivescovo metropolita di Genova, è intervenuto pubblicamente sulla vicenda della chiusura temporanea dell’ex-Ilva di Cornigliano raccomandando che siano salvaguardati i posti di lavoro.
È comprensibile che nella Sua esternazione il religioso si sia ispirato a «Beati quelli che sono poveri di fronte a Dio: Dio dona loro il suo regno… »* ma non è il mantenimento di posti di lavoro poco qualificati che assicurerà un futuro promettente ai dipendenti interessati tantomeno ai loro figli e ai giovani in generale.
Con la dovuta reverenza mi permetto di suggerire un obiettivo diverso : la salvaguardia dei lavoratori piuttosto che quella dei posti di lavoro.
Già in altri articoli pubblicati su questo sito è stato evidenziato come la crisi in atto imponga di trovare soluzioni tali da consentire a quei dipendenti l’accesso ad altre collocazioni lavorative che permettano loro di mantenere un reddito per adempiere alle necessità familiari. Riteniamo sia una questione di dignità umana e sociale piuttosto che di ordine pubblico.
Le “vie di uscita” ci sono. Questa sede non è la più adatta per elencarle, farlo è competenza degli esperti.
Il luddismo è stato un movimento operaio nato in Gran Bretagna nei primi anni del 1800 con l’obiettivo di sabotare le macchine introdotte nelle industrie. In questo frangente nessuno propone di sabotare le macchine ma certi atteggiamenti, certe “parole d’ordine”, finiscono per sabotare una speranza, un obiettivo, che consenta agli attuali interessati di mantenere un ruolo e alle giovani generazioni di ambire a obiettivi di soddisfazione professionale, economica e culturale.
* dal Vangelo secondo Matteo 5:3-12 ICL00D (Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente)
S’i’ fosse foco, ardereï ‘l mondo …
Gene.01 è un prototipo di robot umanoide dotato di AI. È stato realizzato da Generative Bionics di cui l’ingegnere Daniele Pucci è amministratore delegato. La prima versione commercializzabile è programmata per il 2027.
In occasione della visita del ministro Urso all’IIT il Dr. Antonio Gozzi, presidente del gruppo Duferco, ha espresso alcune considerazioni che meritano estrema attenzione. Eccone due particolarmente indicative della strada da seguire :
Dal 1933
sino alle privatizzazioni avvenute negli anni ’90 l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) ha dominato le attività industriali a Genova creando migliaia di posti di lavoro, moltissimi dei quali per necessità esclusiva dei partiti che, così, si assicuravano un vasto consenso elettorale. Ne è esempio paradigmatico lo SCI-Italsider che negli anni ’60-’70 (il periodo”d’oro”) era arrivato ad impiegare 10.000 addetti a cui si aggiungevano i dipendenti dell’indotto e delle ditte appaltatrici per la manutenzione.
Quel sistema industriale ha finito per condizionare il modo di agire dei partiti che ben si cullavano nel sistema assistenzialistico dello Stato dove efficienza e produzione erano diventate variabil indipendenti dal numero di stipendiati. Quella mentalità forse si é attenuata e la crisi della siderurgia pubblica o semi-pubblica spiega l’auspicio espresso dal Dr. Gozzi che nel cambio di mentalità portato dalla ricerca e dalle conseguenti propsettive industriali di alto livello invita a cogliere l’occasione storica che fornirà ai nostri giovani opportunità di lavoro culturalmente stimolante con le conseguenti soddisfazioni professionali.
Il rischio, come di consueto, sono le “lentezze burocratiche” che devono essere risolte dagli Amministratori pubblici così come il problena delle aree pensando a quanto spazio potrà diventare disponibile col netto ridimensionamento dell’ex-ILVA a Genova.
E se gli Amministratori pubblici non si daranno -velocissimamante- una mossa Genova rischia seriamente di perdere “questa eccellenza mondiale” perché altre amministrazioni più lungimiranti faranno ponti d’oro per favorirne il trasferimento. La Città non può rischiare una così grande perdita di ricchezza materiale e immateriale : ne va del fututo !
Gli Amministratori locali devono prestare molta attenzione all’allarme lanciato dal Presidente del Gruppo Duferco.
Infatti l’Ing. Daniele Pucci, Amministratore Delegato di Generative Bionics, ha chiarito che nel programma di sviluppo di Gene.01 c’è la concreta ipotesi che “una parte” della produzione possa essere trasferita altrove.
… e se non fosse solo una parte?
Presidente Bucci e Sindaco Salis : datevi da fare!
… solo un auspicio o ipotesi concreta? Vedremo.

Prestando fede a quanto dichiarato due giorni fa da Alessio Butti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, la Liguria potrebbe essere scelta per insediarvi uno dei sette centri di AI programmati dall’Unione Europea.
L’ipotesi è allettante perchè contribuirebbe ad impostare una decisa direzione di sviluppo verso le necessità evidenti già oggi. Non ci vuol molto ad immaginare la forte concorrenza tra le varie sedi peninsulari che risentirà, ineluttabilmente, anche degli input politici.
Sperando che la politica locale sappia giocare al meglio la propria parte grazie alle attività di alto prestigio scientifico e tecnologico già presenti nel territorio a noi, semplici cittadini, non resta che aspettare gli eventi.
Sì, certo. Basta impegnarsi programmando da oggi e pensando al futuro, ai prossimi 30-40 anni.
React4life ne è la dimostrazione.
Non un progetto
ma una realtà che ha recentemente ottenuto un prestigioso riconoscimento, una tappa importante e decisiva come lo sono quelle di montagna in un giro ciclistico; tappe che evidenziano le doti di chi partecipa consentendo di pronosticarne successi anche negli anni a venire.
React4life è nata come start up una decina di anni fa nella sede del BIC di Genova. La brillante strada percorsa è merito di due ricercatori del CNR, Silvia Scaglione e Maurizio Aiello, che hanno fatto crescere quell’idea arrivando a realizzare una tecnologia capace di mimare la biologia del corpo umano bypassando la necessità di test in vitro e l’utilizzo di cavie per studiare e verificare l’azione dei farmaci.
Per il suo percorso e i successi ottenuti è stata selezionata dal Pentagono per sviluppare quanto necessario a contrastare attacchi CBRN, cioè di natura chimica, biologica, radiologica e nucleare.
Il BIC di Genova (Business Innovation Center) è un incubatore pubblico di imprese gestito da FILSE (Finanziaria Ligure per lo Sviluppo Economico). Le principali fonti di finanziamento sono la Regione Liguria e i fondi comunitari.
Il Presidente Marco Bucci e l’Assessore allo Sviluppo economico Alessio Piana, commentando la notizia, hanno dichiarato che il risultato ottenuto da React4Life costituisce uno stimolo a sostenere l’attività del BIC e a rafforzare la determinazione nel continuare ad accompagnare nuove idee d’impresa per farle diventare attività di successo come in questo caso.
Da parte nostra c’è l’auspicio e l’incoraggiamento a proseguire su questa strada ricordando ai nostri lettori che in questa Città ci sono gruppi di persone brillanti che hanno già lanciato le loro attività di successo con risultati proiettati nel futuro, sempre meno da immaginare e sempre più da vivere.
Queste imprese sono caratterizzate da attività ad alto contenuto di conoscenza, pertanto indicano in modo cristallino e incontestabile la strada da seguire per affrontare le sfide economiche e sociali che si prospetteranno creando le condizioni per offrire ai giovani e alla Comunità un promettente futuro.
Come da articolo l’ESA (European Space Agency) ha assegnato a TEC 760 milioni per il primo cargo spaziale europeo. The Exploration Company ha sede principale doppia: una nell’area di Monaco di Baviera e l’altra nell’area di Bordeaux. Ci sono anche vari uffici internazionali : a Torino, a Houston, a Dubai.
Nell’articolo (che è possibile leggere cliccando sull’immagine sottostante) non è stato trovato il dettaglio sui centri coinvolti nel progetto ma è molto probabile sia coinvolta anche la sede torinese.
Negli anni la città pedemontana ha accumulato una grande esperienza nel settore aerospaziale con numeri di assoluta rilevanza: 8 miliardi di fatturato, 35 mila addetti, commesse per i prossimi 15 anni.
Chissà se la Sindaco Salis e il Presidente Bucci sono mai venuti a conoscenza di questi dati pubblicati sul sito della Regione Piemonte?
Quando mai riusciremo a leggere dati analoghi sul sito della Regione Liguria? MAI ! Ma, comunque, potremo sempre vivere sperando …
Pensateci un po’ egregi Amministratori. Magari potrebbero venirvi in mente idee per rendere l’area ex-ILVA altrettanto produttiva di ricchezza, di lavoro, di conoscenze. Potrebbe anche succedere che la realizzazione di posti di lavoro qualificati consenta ai nostri giovani di rimanere qui, magari anche col richiamo di coloro che sono dovuti andare altrove per ottenere impieghi gratificanti.
Dove gira la conoscenza gira la ricchezza. Con la latta il futuro si prospetta onanistico.
É notizia di oggi lo sciopero dei portuali americani che sta mettendo in crisi i trasporti internazionali.
Perché quei portuali sono arrivati ad intraprendere uno sciopero così dirompente?
Beh, la retribuzione ne è un punto caratteristico. Ma non l’unico.
C’è grande preoccupazione per il loro futuro: il rischio di perdere il posto di lavoro a causa dell’automazione del lavoro in banchina.
In queste pagine abbiamo avuto già altre occasioni per evidenziare che la gran cassa sull’aumento del traffico di containers come fonte di ricchezza locale legata alla manodopera sia informazione fatua.
Viene il sospetto che sia semplicemente un’iniziativa “pubblicitaria” per far accettare una trsaformazione urbanistica irreversibile tale da lasciare ai Genovesi solamente occupazione di suolo con scarsissime ricadute economiche locali, traffico di TIR e relativo inquinamento, povertà sociale e decadimento culturale. Esattamente l’opposto di quanto ci serve per contrastare tutti i parametri negativi (fuga di talenti, scarse prospettive di lavori gratificanti per i nostri giovani, decremento anagrafico).
Non sto a ripetere concetti già espressi in questo sito (1 2 3 4 5 6 7 8 9) anche perchè la preoccupazione dei camalli statunitensi per l’automazione delle banchine si è già concretizzata in un terminal di Qingdao alla fine di dicembre dello scorso anno: l’automazione consente di cancellare l’80% del personale.
Il Sindaco Bucci dimostra di essere persona volitiva ed amministratore determinato nonostante gli ostacoli che incontra nell’iter per il trasferimento dei depositi chimici (altrimenti detti “petrolchimico”) da Multedo a San Pier d’Arena.
Lui e la sua Giunta fanno quadrato e non demordono di fronte alle proteste di molti Sampieradrenesi, alle osservazioni tecniche, all’avocazione della pratica V.I.A. da parte del Ministero dell’ambiente, ai ricorsi di operatori portuali ed alle proteste dei camalli.
Il Sindaco ha deciso di sensibilizzare il Ministero tanto che intende parlarne direttamente con Gilberto Pichetto Fratin per interessarlo alla pratica. In fondo «…si tratta di un adeguamento tecnico-funzionale», niente di più. Diàmine!
Avanti coraggiosamente con un’impressionante spinta al fare quasi ci fossero motivazioni “intime” al di là di quelle ufficiali.
Ce ne fossero di sindaci così impegnati a mantenere traffici commerciali per non far perdere ricchezza alla città amministrata e, soprattutto, ai diretti interessati!
Peccato, e c’è da rammaricarsene profondamente, che non dimostri altrettanta costanza, determinazione ed interventismo per realizzare un progetto di progresso che risarcisca Cornigliano di quanto sofferto in oltre 50 anni di “schiavitù” siderurgica.
Lì, nella grandissima e preziosa area dell’ex-ILVA, Bucci ha la possibilità di concretizzare una “rivoluzione” concettuale che trasformi radicalmente il futuro di Cornigliano, del Ponente e di Genova.
Lì, insediandovi centri di ricerca e di produzioni ad altissimo valore aggiunto, c’è la chiave per aprire un futuro ricco di occasioni per i nostri giovani, per fornire loro la possibilità di arricchimento culturale, professionale, economico. Per frenarne l’esodo ed incentivare il ritorno di coloro che hanno scelto di costruire altrove il loro futuro.
Il Sindaco non ci pensa? Si limita a disquisire sull’andamento demografico basandosi sulle utenze dei cellulari quasi fosse la prova regina per esorcizzare il decremento della popolazione, in particolare dei giovani?
Perché tanto impegno nel difendere depositi di toluene, xilene, altri aromatici, acetati, chetoni, alifatici, alcoli, ftalati, glicoli che non rappresentano alcun decisivo valore aggiunto per la comunità?
Ha mai manifestato altrettanta attenzione al miglioramento delle condizioni logistiche per attività tecnologiche di prestigio che troverebbero ulteriore spunto di espansione nella competizione internazionale? Perché non segue il filo, non quello di Arianna ma quello della superconduttività ?
Cosa la distoglie? Intime considerazioni filosofiche o considerazioni di altro tipo? Un Sindaco così determinato e coraggioso perchè non ci rende edotti? Perchè?
Vien da pensare…..
Verso la fine degli anni 80 del secolo scorso, fui uno dei primi a Genova, e il primo nel Gruppo cui apparteneva la mia azienda, a introdurre un numero limitato di contratti a part-time. Le interessate erano giovani mamme e, prima di tutto, persone serie. Pur lavorando per il 50% del tempo (l’unica misura prevista in quei primi tempi) loro “produzione” fu infatti ridotta in misura ben minore dell’orario. Lavoravano con maggiore serenità e utilizzavano meglio il tempo di lavoro, ricevevano una retribuzione leggermente superiore al 50% per il minor carico fiscale.
Tutto bene? Niente affatto: mi guadagnai molte rampogne dai colleghi e dall’Intersind, la rimpianta “Confindustria dell’IRI”, tutti preoccupati di veder scardinata l’organizzazione aziendale e certificato un qualcosa che sapeva di assenteismo autorizzato. Passato un primo periodo di mugugno, tutto funzionò molto bene. Ancor meglio funziona oggi, dato che il part-time può essere usufruito per percentuali minori di riduzione. In questo modo la “produzione” delle persone è praticamente uguale a quella del lavoro full time e la retribuzione percepita pure.
Oggi il part-time è qualcosa di acquisito, le preoccupazioni di un tempo ridotte al minimo. E farebbero sorridere se non sentissi spuntare critiche analoghe per una forma di lavoro che in questi tempi di quarantena è stata imposta alle aziende non sempre pronte, tecnicamente e psicologicamente, ad accettarlo: lo smart-working, lavoro agile o più correttamente, il lavoro da casa.
Il lavoro da casa, o da remoto, nacque molti anni fa in UK come strumento per combattere lo spopolamento delle isole e delle zone più remote della Scozia. In Italia ha stentato ad affermarsi e se ha avuto uno sviluppo è stato in occasione di catastrofi: il COVID19 è piovuto addosso alle aziende, chiudendo in casa i dipendenti e rendendo necessario utilizzare questa modalità di lavoro.
Va detto che Genova, dopo il crollo del ponte Morandi, è stata all’avanguardia nell’introdurre questa importante innovazione, per ridurre gli spostamenti dei dipendenti e alleggerire il traffico cittadino, privato della sola via di scorrimento. Si è trattato di imprese o fondazioni altamente tecnologiche, principalmente insediate nell’area degli Erzelli, che hanno reagito senza problemi all’innovazione organizzativa. Per capire l’importanza dello smart working, è interessante citare il caso di una signora genovese, trapiantata in Svezia, ma bloccata a Genova per la pandemia. La signora è assistente personale di un altissimo dirigente di una azienda d’importanza mondiale: opera senza problemi a più di duemila chilometri dalla normale sede di lavoro.
La pandemia potrebbe e dovrebbe essere l’occasione per dare l’impulso definitivo allo smart working.
I vantaggi sono evidenti: meno affollamento sui mezzi pubblici e meno traffico pendolare. Minori costi per le mense, risparmio sugli spazi e le infrastrutture.
In uno studio del 2015 l’Università di Stanford aveva stimato per un’azienda di servizi un aumento della produttività del 13% grazie a questa modalità di organizzazione del lavoro. Uno studio più recente che ha coinvolto 250 persone operanti in 21 imprese, piccole medie e grandi, ha evidenziato questi dati medi annui per dipendente: 2.400 chilometri percorsi in meno, sette giorni guadagnati e 270 chili di anidride carbonica non immessi nell’aria con un risparmio di circa 1.300 euro a dipendente. Tra i benefici dello smart working, inoltre, c’è il poter realizzare un migliore work-life balance ed una conseguente diminuzione dello stress da lavoro.
Ovviamente non tutti i lavori si prestano, ma nella maggior parte dei casi si potrebbero limitare le presenze fisiche negli uffici allo stretto necessario, per il resto la tecnologia aiuta e risolve. Purtroppo non tutto il mondo del lavoro italico (datori di lavoro e sindacati) sembra pronto a questo salto organizzativo e culturale. È vivo da entrambe le parti il pensiero che possiamo banalmente definire: “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.
Per il sindacato significa che il lavoratore a domicilio possa essere considerato di serie B rispetto ai presenti in ufficio e, soprattutto se donna, messo in disparte nelle politiche retributive e di crescita professionale.
Per il datore di lavoro resta il sospetto che il lavoro a domicilio sia una possibile sinecura, un modo autorizzato di lavorare con il minimo impegno. Questo ovviamente può accadere, ma mi sia consentito di dire sottovoce che il “lavativo” resta tale anche se sta fisicamente in ufficio; così la sua assenza se non altro non è di disturbo e provocazione per i colleghi.
Battute a parte, la gestione del lavoro da casa non è diversa da quella del lavoro tradizionale. Fondamentale è la capacità del management di dare obiettivi chiari, controllare tempi e modi del loro raggiungimento, saper premiare, o punire, in base ai risultati. Purtroppo per esperienza diretta (anche su me stesso), so che se già non è facile dare obiettivi ben strutturati, è faccenda scomoda darsi parametri e modi di controllo; quasi indigeribile, infine, riprendere e se del caso punire chi non raggiunge l’obiettivo. Anche premiare può essere scomodo se non ci si distacca completamente, e non è così semplice, dalla soggettività.
Per concludere, credo che la diffusione dello smart-working sarà una dei pochi lasciti positivi della pandemia, se imprese, sindacati e lavoratori ne comprenderanno appieno i vantaggi e sapranno adattarsi al nuovo modo di operare. Sarà necessario dotarsi degli strumenti informatici necessari, ma questi sono ormai largamente disponibili, e il loro costo sarebbe assorbito dai molti risparmi cui abbiamo accennato. Più complicato sarà formare le persone e abituarle a lavorare in un contesto diverso da quello cui erano abituate da sempre. Ma la vera sfida e la chiave del successo sarà formare dei dirigenti e capi in grado di guidare le risorse umane senza averle fisicamente sotto controllo.
Qualche tempo fa ho raccolto lo sfogo di un amico divorziato da alcuni anni e con due figlie.
Il nocciolo del suo problema sono i soldi ed il lavoro.
La ex-moglie non ha reddito e gli ha chiesto soldi che i giudici le hanno accordato, le figlie non riescono a trovare un lavoro “adatto a loro” (parole testuali del mio amico) lamentandosi che “il lavoro è un diritto”.
In questi casi l’unica possibilità di dare un po’ di sollievo all’interlocutore è lasciarlo parlare per consentirgli di sfogarsi ed attenuare, almeno temporaneamente, l’arrabbiatura, il disappunto e la tristezza.
Ripensando al diritto sostenuto dalle due fanciulle e memore delle ripetute affermazioni di svariati sindacalisti ho digitato su un motore di ricerca la frase “diritto al lavoro” e tra i primi rimandi è comparso niente po’-po’ di meno che il sito del governo italiano là dove riporta la costituzione italiana.
Art. 1- L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 4 – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Può darsi che ci siano altri articoli che trattano l’argomento ma questi due mi sono bastati per cercar di capire come funziona la faccenda.
Allora, partendo dall’articolo 1, se la repubblica democratica è fondata sul lavoro significa, credo, che lavorare sia elemento pregante la sostanza della repubblica italiana. Vale a dire che chi lavora (avendone le capacità psico-fisiche) costituisce la sostanza della repubblica cioè è la repubblica.
Pertanto tutti coloro che potendo lavorare non si prendono la briga di fare alcunché non costituiscono la repubblica e sono fuori dall’organizzazione sociale.
Lo immagino già il lettore politicamente corretto di destra-centro-sinistra che salta sulla sedia disgustato osservando : ma come? ed i disoccupati?
Proprio per neutralizzare immediatamente osservazioni del genere chiarisco che, per quanto ho scritto, è evidente che non considero fuori dall’organizzazione sociale chi rimane momentaneamente senza lavoro perché l’attività svolta è andata in difficoltà.
Momentaneamente … appunto e non i nullafacenti di professione che diventano chiedenti.
Articolo 4 : lo trovo badogliano, di un relativismo cristallino, un gioco di prestigio lessicale quasi divertente.
Il diritto del primo capoverso ( “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro …”) diventa un dovere in quello successivo (“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, …”) se si ritiene che l’affermazione “… un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” indichi un lavoro (fisico od intellettuale).
Mi rimane un po’ oscuro il significato dell’affermazione bizantina “… secondo le proprie possibilità e la propria scelta …”.
E se uno scegliesse l’attività di giocoliere agli attraversamenti pedonali o la funzione di contemplatore come la mettiamo?
Concorre o non concorre “ … al progresso materiale o spirituale della società.” ?
Comunque il primo capoverso dell’articolo 1 chiarisce ogni dubbio: tutto l’ambaradan funziona se c’è qualcuno che lavora e la prova provata è l’amico divorziato.
Poiché lavora, cioè guadagna dei soldi, è stato costretto a versare moneta sonante alla moglie ed a mantenere le due figlie (tutte e tre nullafacenti con varie motivazioni).
Mi scappa da ridere pensando a come andrebbe la faccenda se lui piantasse lì di lavorare.
Lui magari potrebbe arrangiarsi ma come camperebbero le tre donne?
Magari sarebbero costrette a darsi da fare per mettere insieme il pranzo con le cena, pagarsi luce-gas-acqua, il vestitino, il rossetto ed il cellulare ultima generazione (che, mi ha detto l’amico, tutte e tre hanno ed usano senza risparmio).
Allora per chi è fatto un po’ così-così ed il lavoro lo vede come un impegno discutibile e non necessario la lamentela è il modo migliore per andare avanti, per ottenere un “reddito”.
Piangere miseria, chiedere cioè diventare petentes (participio presente del latino petere che italianizzato diventa : pezzente) costituisce un ottimo espediente per essere ascoltati dal politicante di turno che trova un tornaconto elettorale -quindi entro un orizzonte di breve periodo (1)– nel sostenere l’insostenibile, nel mediare (come dicono i politicanti), giacché ciò che si sostiene da solo non ha bisogno di essere perorato.
A questo punto mi si attorciglia il ragionamento.
Se “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita … ” andando a votare i propri rappresentati, i quali sono prevalentemente attenti ad ottenere il consenso, che possibilità hanno le persone che lavorano di vedere neutralizzati i pezzenti?
Proprio nessuna a meno di non trovare qualcuno che sostenga e realizzi il seguente principio : chi non lavora non mangi ! (principio enunciato sia da San Paolo che nella Costituzione dell’Unione Sovietica).
(1) “La politica democratica è strutturalmente vincolata a un orizzonte di breve periodo. La natura del sistema democratico spinge gli uomini politici ad occuparsi solo dei problemi che agitano il presente. Le altre grane, quelle che già si intravedono ma che ci arriveranno addosso solo domani o dopodomani non possono essere prese in considerazione. A differenza di ciò che fa la migliore medicina, la politica democratica non si occupa di prevenzione.”. da Angelo Panebianco
e anche qui