6 agosto 1284 – la Battaglia della Meloria
Gli interessi erano inconciliabili e l’ineluttabile scontro sarebbe stato risolutivo. Solo una avrebbe vinto determinando la fine dell’altra. Scaramucce, litigi, scontri navali limitati avevano segnato
Gli interessi erano inconciliabili e l’ineluttabile scontro sarebbe stato risolutivo. Solo una avrebbe vinto determinando la fine dell’altra. Scaramucce, litigi, scontri navali limitati avevano segnato
Al tramonto del XIII secolo Genova non rinuncerà al suo particolarissimo standard di città già proiettata verso la futura città globale del Siglo de Oro
Ore nove avanti disnâ. Autostrada A7, direzione Genova, uscita della galleria dei Giovi. Mattino di un giorno di inizio maggio. Ha un aspetto grigio e
Un drappello di difensori provenienti dalla Val Bisagno ai quali si unirono una manciata di paesani guidati dal Rettore di Montanesi e le milizie
Sarete voi, frequentatori di questo sito, a valutare se l’affemazione che fa da titolo abbia ragion d’essere o meno. In queste pagine se n’è già
É notizia di oggi lo sciopero dei portuali americani che sta mettendo in crisi i trasporti internazionali. Perché quei portuali sono arrivati ad intraprendere uno
Evidentemente sì ! Abbiamo ragione a sostenere che i centri di ricerca sono attrattivi per uno sviluppo qualificato. Sviluppo che fornisca ai nostri giovani le
Pubblico il titolo dell’intervista di Silvia Pedemonte al Prof. Gianaurelio Cuniberti per aiutare i candidati alle elezioni regionali.Per aiutarli ad arricchire il ventaglio dei loro
Non c’è alcun dubbio: per assumere decisioni ci vogliono idee chiare ! Su Il Secolo XIX di oggi ci sono due articoli -non collegati- che
Gli interessi erano inconciliabili e l’ineluttabile scontro sarebbe stato risolutivo. Solo una avrebbe vinto determinando la fine dell’altra.
Scaramucce, litigi, scontri navali limitati avevano segnato i rapporti tra le due Repubbliche. Il preludio avvenne vicino all’isola della Tavolara nell’aprile del 1284 che segnò il punto di non ritorno.
Va in scena l’ultimo atto
6 agosto, giorno di San Sisto patrono di Pisa: nel pomeriggio i pisani scorgono la flotta nemica nei pressi delle secche della Meloria e decidono di attaccarla sicuri della vittoria.
Pisa finisce annientata: la sua flotta si inabissa in quelle acque insieme al sogno di dominare il Mare e cancellare la rivale.
La potenza della Repubblica marinara di Pisa era tramontata.
Diverse migliaia di pisani erano stati uccisi; dei circa 10.000 fatti prigionieri solo un migliaio fece ritorno a casa dopo tredici anni.



dipinto di Giovanni David
(Cabella Ligure 1749 – Genova 1790)
Battaglia della Meloria
olio su tela, 1777-1778
Palazzo Stefano Balbi
Salotto dell’Aurora o di Flora
via Balbi-Genova
Al tramonto del XIII secolo Genova non rinuncerà al suo particolarissimo standard di città già proiettata verso la futura città globale del Siglo de Oro accettando la sfida di due città, altrettanto libere ed indipendenti, ma appartenenti però al quotidiano medioevale dell’ordine italico: Pisa e Venezia.
Queste due città certamente possedevano la capacità tecnica, economica e la medesima velocità organizzativa di Genova per essere presenti, incidere materialmente ed in tempo reale, in ogni punto del Mediterraneo e del Medio Oriente. Però rispetto a Genova presentavano e mettevano in scena la qualità opposta: quella di fissare in un istante tutte le temporalità possibili.
Sia per Venezia, ed ancor di più per Pisa, il presente era l’unico tempo avverabile.
Ne consegue che queste due città erano effettivamente contemporanee al contesto in cui agivano mentre Genova già individuava un’era i cui esiti si sarebbero manifestati compiutamente da lì a qualche tempo.
Saranno questi ancoraggi e opposti disancoraggi sopra ogni altra cosa che porteranno allo scontro totale.
In realtà la guerra assoluta sarà più contro Pisa che contro Venezia.
Infatti le due città sul Tirreno si trovano all’incrocio di altrettante differenti dimensioni spaziali nelle quali l’esempio più eclatante riguarda il rapporto fra la logica dei luoghi e quella delle circolazioni. In questo senso nell’accezione di Genova del XIII secolo il «locale» era già pensato per accogliere, modificandosi di volta in volta, mentre dal lato pisano il «locale» è uno spazio dislocato entro confini fisici o amministrativi nazionalizzati, sempre ben definiti e conteso attraverso conflitti territoriali.
L’idea pisana cercava cioè di valorizzare tutte le potenzialità che stavano dentro, nel luogo e nel territorio. C’è capacità di gestire e di rappresentarsi ma molto minore attitudine a tradurre linguaggi diversi ed a cercare connessioni con quello che viene da fuori. Inoltre manca quel tanto di astrazione per guardare alla realtà come ad un complesso articolato e sfuggente. Difatti è la Fede quella che sopra ogni altra cosa il modello pisano descrive.
Pisa raccontava la Fede e coerentemente la intendeva fino in fondo.
San Sisto, il patrono della città, era vissuto nella esplicita consapevolezza che avrebbe saputo garantire il primato pisano sull’intero Mediterraneo. Il sostegno ad oltranza del Santo aveva favorito una serie di vittorie militari tanto che ingaggiare battaglia il 6 di agosto, ricorrenza del protettore, fissava un momento in cui vissuto e divino erano compresenti.
Ora evidentemente era proprio il 6 di agosto che il potere sceso dal cielo, in cui San Sisto sarebbe dovuto essere il protagonista, avrebbe partecipato a saldare il conto a Genova, l’arcinemica che invece intendeva la Fede a modo suo.
A Genova i Santi contavano ma non erano adorati, andavano e venivano, giacché nessuno aveva l’illusione delle ricompense. In verità per il Genovese lo spazio del religioso era sempre affiancato da un’altra esperienza sul senso della vita nella quale erano gli uomini a dare significato alla loro esistenza.
Questo pensiero qualche secolo dopo troverà ufficialità nell’esecuzione degli affreschi della cappella privata del Doge laddove metà del ciclo sarà dedicato all’illustrazione laica del grande racconto della Genovesità. Ma alla fine del Duecento il programma iconografico era ancora di là da venire e Genova viveva il suo momento più difficile. Pisa non solo era sicura di vincere ma voleva annientare la rivale e per questo aveva dato avvio ad una guerra totale.
Uno sforzo intellettuale e materiale in cui l’unica opzione disponibile era la vittoria. Per questo aveva posto la sua flotta sotto il comando di un veneziano, Albertino Morosini. Era un messaggio per Genova: il primato veneziano consolidava la supremazia celeste ed apriva il campo all’affermazione concreta di Pisa.
È questo l’ultimo invito alla resa incondizionata oltre al quale il mondo conosciuto sarà consegnato ai pisani ed ai loro alleati.
Genova naturalmente non accetterà che il suo cammino si interrompa in quella movimentata fine di XIII secolo.
La guerra tra Pisa e Genova diventa così un confronto portato alle estreme conseguenze.
Va in scena l’ultimo atto.
Il 6 agosto 1284, giorno di San Sisto, Pisa finisce annientata (1) e la sua flotta si inabissa nei pressi dell’isolotto della Meloria.
(1) Degli 11.000 prigionieri pisani ne faranno ritorno a casa, dopo tredici anni, solo un migliaio. Gli altri morirono e furono sepolti nel quartiere che da allora porta il nome di “Campopisano”. In verità non si conoscono le cifre esatte della disfatta di Pisa. Alcune fonti indicano in circa 25.000 il conto dei morti e dei prigionieri. Di certo fu molto elevato perchè la popolazione maschile di Pisa fu impoverita a tal punto da lasciare la città quasi spopolata.
Ore nove avanti disnâ. Autostrada A7, direzione Genova, uscita della galleria dei Giovi. Mattino di un giorno di inizio maggio. Ha un aspetto grigio e freddiccio. Non si prevedono piogge. Il sole potrebbe anche mostrarsi con l’avvicinarsi del pomeriggio. Dipenderà dal vento. Adesso c’è una nuvolosità stratiforme con il cielo che si vede come dietro un vetro smerigliato. Sulla sinistra, a mezza costa, il borgo di Montanesi e più in alto il monte della Vittoria sono avvolti nella nebbia. Una nebbia bassa e spessa che da lassù non permette di guardare verso il fondovalle e, tanto meno, in direzione della confinante piana del Polcevera.
Un momento di metà primavera come molti se ne possono vedere in questa parte di mondo.
Così, agli occhi dei suoi protagonisti, doveva presentarsi la mattinata del 10 maggio 1625. Il giorno in cui lo Spazio Ligure rischiò tutto per sconfiggere Carlo Emanuele I, Duca di Savoia, e liberare gran parte del suo territorio già occupato dalle truppe franco-piemontesi.
I savoiardi, decisi a valicare l’Appennino e a conquistare Genova, giungevano dal versante opposto a quello visibile dall’autostrada.
Partendo dalla Valle Scrivia, attraverso Vallecalda, salivano verso quello che allora si chiamava passaggio del Malpertuso (1) . Giunti sotto l’attuale borgo della Vittoria piegavano a sinistra, proseguivano un po’ per poi svoltare a destra aggirando la sommità della collina per prenderla sul fianco rivolto verso la Val Polcevera.
Lì, avvolti dalla nebbia, ad attenderli c’era un drappello di difensori provenienti dalla Val Bisagno ai quali si era aggiunta una manciata di paesani guidati dal rettore di Montanesi. Avvantaggiati dalle condizioni atmosferiche questi combattenti opposero una prima efficace resistenza.
In questa storia il meteo giocherà un ruolo decisivo.
I piemontesi, benché grandemente superiori per numero e dotazioni, con la vista offuscata dalla nebbia non individueranno mai chiaramente le posizioni e la quantità dei difensori. Cosí lo scontro, ingaggiato alla rinfusa, non prende quota. I paesani guadagnano tempo. Il tempo necessario a far giungere in soccorso delle Milizie del Bisagno quelle accorse dalla Val Polcevera. Dopo molte ore di lotta i piemontesi sono accalcati e stanchi. Dopo un altro po’ la stanchezza diventa isterismo. Ad un certo punto diventa difficoltà. Carlo Emanuele I deve ripiegare. È l’aggancio con la storia.
Sul posto verrà costruito un Santuario dedicato alla Madonna della Vittoria.
Per oltre 350 anni il 10 di maggio ed il relativo Santuario della Vittoria saranno il Giorno ed il Luogo nel quale l’Universo tradizionale Ligure festeggerà, con la Liberazione dall’invasore, la speranza allusiva data dalla nuova primavera e dall’inizio della stagione agricola dello sfalcio dei foraggi.
Oggi, che la memoria storica è uscita dall’ordine del giorno e come categoria la Campagna non esiste più, sul 10 di maggio e sul Santuario della Vittoria è scesa una stagione di silenzio.
Eppure quella è la data delle date. La data in cui le Comunità Liguri, intimamente e irriducibilmente “repubblichiste” e “resistenti”, non vollero soccombere ed essere egemonizzate dall’occupante monarchico e straniero.
Un filo rosso, quello dello spirito di resistenza, che lega le antiche città, i borghi e la gente comune di Liguria alla più moderna esperienza di lotta antifascista. Non c’è interruzione di contatto in questo percorso di Libertà lungo quasi quattro secoli. Ma, solamente, il 10 maggio è il giorno che per primo ha sconfitto l’autoritarismo e la standardizzazione della società.
Converrà ricordarsene. Perché, se oggi viviamo liberi, lo dobbiamo a quel giorno. 10 maggio 1625.
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(1) Il luogo è noto anche come Passo del Pertuso. Agevole valico che all’epoca, aprendosi su Serra e San Cipriano, portava verso Genova.
Un drappello di difensori provenienti dalla Val Bisagno
ai quali si unirono una manciata di paesani guidati
dal Rettore di Montanesi e le milizie accorse dalla Val Polcevera
sconfissero i savoiardi comandati da Carlo Emanuele I.
Le Comunità Liguri, intimamente ed irriducibilmente “repubblichiste” e “resistenti”,
combatterono una Lotta Partigiana contro l’occupante monarchico e straniero
per difendere e conservare le loro Libertà.

La statua della Madonna col Bambino conservata al Santuario della Vittoria
Sarete voi, frequentatori di questo sito, a valutare se l’affemazione che fa da titolo abbia ragion d’essere o meno.
In queste pagine se n’è già scritto numerose volte del rapporto tra sapere e benessere economico, sociale ed ambientale. La cultura scientifica e umanistica sono preziosi propellenti per una Comunità che desideri un presente sicuro ed un futuro tranquillo.
Il sapere ha un’effetto trainante su vari campi, direttamente o indirettamente connessi.
200 scienziati riuniti a Genova per un congresso rappresentano un successo anche di immagine che riverbera la nostra Città in ambienti di assoluta qualità e pregio.
Non c’è dubbio che le ricchezze artistiche, culturali e paesaggistiche della Superba, …”per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”, siano un ottimo biglietto da visita e di richiamo per l’organizzazione di eventi internazionali ma, in questo caso, un’azienda la cui produzione ha un elevatissimo contenuto di sapere -e di valore aggiunto- ha significativamante contribuito alla scelta dalla sede congressuale.
L’azienda in questione è la AGS Superconductors Company cha ha sedi a Genova e Spezia.
A questo punto è inevitabile una domanda netta: alla Città, alla Comunità, porta più ricchezza la produzione di banda stagnata o quella di magneti super conduttori?
Porta remunerazioni più alte, benessere sociale più diffuso, ambiente più gradevole la produzione di banda stagana o di magneti super conduttori?
Il nostro territorio, cosi povero di aree ampie e facilmente collegabili, trova più vantaggio da lavorazioni a basso rapporto di addetti per unità di superficie e basso contenuto di sapere oppure da attività ad alto rapporto di addetti per unità superficie ed elevato contenuto si sapere ?
É stata dibattuta l’ipotesi di un riutilizzo (quantomeno parziale) della grandissima area occupata inappropriatamente dell’ex ILVA a Cornigliano. Perchè non cogliere l’occasione per insediarvi la AGS Superconductors Company e dare il via ad un complessivo e più proficuo utilizzo di
É notizia di oggi lo sciopero dei portuali americani che sta mettendo in crisi i trasporti internazionali.
Perché quei portuali sono arrivati ad intraprendere uno sciopero così dirompente?
Beh, la retribuzione ne è un punto caratteristico. Ma non l’unico.
C’è grande preoccupazione per il loro futuro: il rischio di perdere il posto di lavoro a causa dell’automazione del lavoro in banchina.
In queste pagine abbiamo avuto già altre occasioni per evidenziare che la gran cassa sull’aumento del traffico di containers come fonte di ricchezza locale legata alla manodopera sia informazione fatua.
Viene il sospetto che sia semplicemente un’iniziativa “pubblicitaria” per far accettare una trsaformazione urbanistica irreversibile tale da lasciare ai Genovesi solamente occupazione di suolo con scarsissime ricadute economiche locali, traffico di TIR e relativo inquinamento, povertà sociale e decadimento culturale. Esattamente l’opposto di quanto ci serve per contrastare tutti i parametri negativi (fuga di talenti, scarse prospettive di lavori gratificanti per i nostri giovani, decremento anagrafico).
Non sto a ripetere concetti già espressi in questo sito (1 2 3 4 5 6 7 8 9) anche perchè la preoccupazione dei camalli statunitensi per l’automazione delle banchine si è già concretizzata in un terminal di Qingdao alla fine di dicembre dello scorso anno: l’automazione consente di cancellare l’80% del personale.
Evidentemente sì ! Abbiamo ragione a sostenere che i centri di ricerca sono attrattivi per uno sviluppo qualificato.
Sviluppo che fornisca ai nostri giovani le occasioni per realizzare le proprie ambizioni culturali e professionali.
L’abbiamo capito da tempo, tanto è vero che da parecchio in questo sito viene scritto che lo sviluppo di Genova, del Genovesato ed anche oltre dipende dalla localizzazione di centri di rice
rca.
Pertanto spontanea ci sorge una domanda.
Com’è che gli Amministratori locali non l’hanno ancora capito?
Come mai sono tanto attenti a programmare l’uso di preziose aree per farne mega parcheggi di TIR?
Perchè l’interesse per un forno elettrico a Cornigliano che è ancora, sfortuantamente, occupata da produzioni povere di sapere ed altrettanto povere di valore aggiunto
L’area ex-ILVA può, deve, essere liberata da una servitù estranea alle necessità del nostro territorio; nella pianura padana, nel Bresciano ci sono fonderie e stabilimenti per la lavorazione intensiva dei metalli. Viene ovvio pensare che un laminatoio per la produzione di banda stagnata abbia una più logica sistemazione in quelle zone.
Lo abbiamo già precisato più volte: va salvaguardata una fonte di reddito per gli attuali dipendenti dell’ex-ILVA di Cornigliano e per loro gli Amministratori locali ed i Sindacati possono trovare le soluzioni idonee.
L’avvocato Matteo Daste dichiara che ci sono aziende ad alto contebuto di sapere disposte ad investire a Genova e sostiene la necessità di incrementare la ricerca applicata (NdR: che è a valle di quella teorica). Allora, cari Amministratori e cari candidati alle elezioni regionali datevi da fare e se non sapete da che parte girarvi per avere le necessarie informazioni potete rivolgervi con facilità al citato avvocato in quanto “ambasciatore di Genova nel mondo“.
Pubblico il titolo dell’intervista di Silvia Pedemonte al Prof. Gianaurelio Cuniberti per aiutare i candidati alle elezioni regionali.
Per aiutarli ad arricchire il ventaglio dei loro programmi elettorali con idee da realizzare (e non lasciare sulla carta per successive campagne elettorali).
Qui trovate due “ritagli” dell’articolo in cui sono esplicitate interessanti considerazioni per chi sarà chiamato a governare la Liguria.
Candidati, prendetene nota perchè vi saranno utili per dare una svolta ad un territorio che sta impoverendosi culturalmente e socialmente.


Non c’è alcun dubbio: per assumere decisioni ci vogliono idee chiare !
Su Il Secolo XIX di oggi ci sono due articoli -non collegati- che …chiariscono tutto.

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Ma è necessario un giornalistico passo indietro di pochi giorni : il 22 agosto.
Nell’articolo -di cui qui sopra vedete il titolo- Gabriele Fava, Presidente dell’INPS, ha espresso alcune considerazioni in una delle quali evidenzia u
n ragionamento talmente logico che dovrebbe essere fondamentale patrimonio programmatico di chiunque pratichi la politica “…occorre assicurare ai giovani lavoratori opportunità di lavoro,ben retribuito …”.
È indubitabile che una buona retribuzione possa essere ottenuta esercitando un’attività che richieda conoscenza cioè il sapere.
E qui cascano gli “asini”!
Vedo se riesco a dimostrarlo.
Nel primo articolo citato l’autore -Alberto De Sanctis- evidenzia che l’istruzione è un benefit per evitare la povertà.
Infatti la scuola funziona (come è messa quella attuale si deve dire “dovrebbe funzionare”) da ascens
ore sociale perché consente di acquisire conoscenza.
Quindi conoscenza come mezzo per avere benessere economico, culturale e sociale.
Allora un politico deve puntare ad una scuola di qualità in cui, con gli strumenti idonei, tutti gli studenti devono essere messi in grado di imparare acquisendo anche il senso di responsabilità : studi allora avrai bei voti, non studi quindi avrai brutti voti.
Ma gli “asini” cui ho fatto riferimento non sono gli studenti ma i politicanti che non provvedono a costruire una scuola meritocratica che vada di pari passo col senso di responsabiltà.
Fine della prima tappa.
Seconda tappa.
Fatti gli studenti bisogna fare le “… opportunità di lavoro,ben retribuito…”.
Qui cascano gli altri “asini”.
Se la conoscenza consente di ambire a lavori con soddisfacente riconoscimento economico gli eletti (periferici e/o centrali) devono assumere tutte le iniziative atte a favorire l’insediamento di attività in cui gli studenti trovino le condizioni per realizzare le proprie aspettative.
Vale a dire attività ad alto contenuto di conoscenza e ad alto valore aggiunto.
Sarà, allora, una fonderia (secondo titolo citato) a soddisfare le aspettative dei giovani?
Pare poco probabile anche se c’è chi -secondo quanto riportato nell’articolo- si mostra “… molto interessato all’ipotesi allo studio…” pensando allo sviluppo occupazionale.
Occupazione verosimilmente caratterizzata da scarso contenuto di conoscenza almeno per la gran parte degli (tanti? pochi?) assunti per far funzionare un forno.
Quindi, egregi amministratori, non stupitevi se i residenti diminuiscono, se i giovani qualificati cercano lavoro altrove impoverendo il tessuto sociale ed economico di Genova.
Non attaccatevi al telefono (inteso come numero di agganci alle celle della telefonia mobile) per tentare di dimostrare che gli utilizzatori della Città stanno crescendo.
Tutto va ben, Madama la Marchesa,
va tutto ben, va tutto ben,
però l’attende forse una sorpresa
che dir non posso fare a men ...