. . . Émmo (à
n) zá dæto. . . Poi si parla di ILVA, di Novi, di Taranto senza ricordare quello che ha perduto Genova per darlo a questa “Nazione non Una” e. . . i tamburi rullano!
L’ILVA e il quartiere Tamburi. Sorta nel bel mezzo del cosiddetto “deserto”, da tempo la fabbrica non è più gradita dagli abitanti della zona, che la ritengono l’unica responsabile dei loro problemi di salute e non solo. C’è da dire che l’area che unisce i quartieri Tamburi, Lido Azzurro e la zona di Porta Napoli contava inizialmente non più di 5.000 abitanti; nel tempo, però, tramite un “novello elevato civile” che ha quasi circondato quell’opificio, la popolazione ha raggiunto – secondo le stime – circa 25.000 residenti.
Sul caso si sono susseguiti nel tempo interventi dello Stato, di privati e, infine, della magistratura di Taranto. Tuttavia, la decisione cruciale è arrivata dalla Corte d’Appello di Milano, che ha ordinato la chiusura dell’impianto, mettendo un freno – forse definitivo – alla storia dell’acciaio nazionale.
Quella dell’acciaio italiano è una sto
ria che andava bene finché la produzione avveniva “in casa d’altri”. Parliamo di realtà come Genova – con Cornigliano in prima fila, ma non solo – dove i cittadini si sono ritrovati, tra la fine dell’Ottocento, l’inizio del Novecento e fino ai giorni nostri, con fabbriche e fonderie a ridosso delle proprie abitazioni. Impianti che a costo di vere e proprie distruzioni, hanno sempre garantito la produzione a tutta questa “Nazione non Una”, come la definiva Franco Monteverde (professore, politico, politologo, saggista e Segretario dell’Istituto Gramsci). Tutto questo è avvenuto dopo che, tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, vennero sacrificate le splendide spiagge di quella parte della Riviera Ligure cittadina, distruggendo le bellezze e le attività che vi sorgevano da San Pier d’Arena a Sestri Ponente, per poi risalire verso l’entroterra fino a Novi Ligure, un tempo parte dell’Oltregiogo genovese.
Alla fine della fiera, se si dovesse scoprire che tornare a produrre acciaio a Genova Cornigliano in modalità green, o acquistarlo sul mercato internazionale (dove si dice vi sia una sovrapproduzione), risulta più conveniente ed economico rispetto alla produzione interna, cosa ne sarà del nostro acciaio? E soprattutto, che fine faranno i problemi aziendali e sociali che da oltre vent’anni sono sul tavolo senza che nessuno, a quanto pare, sia riuscito a trovare una soluzione efficace?
. . . “Stop per l’ordine dei giudici e perché siamo senza materie prime“. “Dai magistrati condizioni irrealizzabili in 90 giorni“. “Acquisti per la produzione non più fatti con la prospettiva del fermo impianti” ci arriva dalla Società e da Domenico Palmiotti del Sole 24h.
Quel castello che si vede nelle foto – che non è neppure l’elevato civile più bello di Cornigliano – è s
tato costruito all’inizio del 1880 e fu demolito dopo appena una sessantina d’anni, negli anni 50 del 900. Quali grandissimi interessi girarono attorno a quella decisione che vide, insieme a lui, la distruzione di quella parte di “Riviera Ligure” Cittadina, sull’allora Cornigliano Ligure della quale si possono vedere le immagini!
Probabilmente, lì nella foto, però, è già disabitato ed avviato alla fine. . .
Poi si parla di ILVA, di Novi, di Taranto senza ricordare quello che ha perduto Genova per darlo a quella “Nazione non Una” e. . . i tamburi rullano e. . . Émmo (àn) zá dæto. . .