Fer Servadou ed i Paesani del Sud-Ovest

Porta il nome di Fer a causa della durezza del suo legno estremamente difficile da tagliare.
In aggiunta porta con sé la definizione di Servadou che in Occitano, la lingua che gli appartiene, significa “che si conserva bene”.
In queste relazioni percettive c'è tutto il segreto del Fer Servadou, un vitigno antichissimo trasportato agli inizi del Medio Evo dai Paesi Baschi spagnoli nella regione francese dell'Aude: la terra dei Catari.
Forse per queste sue origini eretiche oggi, pur essendo presente in diverse zone vinicole del Sud-Ovest francese, non vi figura con il suo vero titolo ma con quello di altri vitigni prevalenti in quelle singole zone. Con il suo nome e cognome, è un oggetto misterioso, resiste appunto solo nell'Aude dove è diventato un simbolo: quello della rivoluzione paesana.
Rivoluzione contro la globalizzazione dei gusti e dei sapori in agricoltura, certo. Ma in questa regione controversa di insurrezioni, di rivolte e di controrivoluzioni, dove lo spirito di antiche questioni non si è mai sopito del tutto e dove ogni nuovo problema si esprime a partire da una geografia e da una sociologia essenzialmente contadina, la rivoluzione paesana afferma una volta di più l'antagonismo fra l'autonomia e l'indipendenza di chi vive nel suo e del suo ed il progetto burocratico e massificatore del potere politico ed economico: doveri da imporre e privilegi da mantenere. In altri termini il confronto secolare fra chi mette sul piatto della bilancia quello che vale e chi vi contrappone quello può.
Il confronto attuale tende a contrapporre la volontà degli agricoltori a coltivare e vendere secondo il principio della localizzazione - cioè secondo il criterio che ogni prodotto vale tanto quanta è la sua unicità biologica, una unicità che per transito contemporaneamente gli arriva e ricade sul territorio di riferimento - a quella della economia standardizzata e della sua connotazione più indecifrabile: la tipicità.
Un ossimoro; la sintesi impossibile fra il particolare assoluto e la conformità comune a tutti.
In questa polemica il Fer Servadou, ripresentato coerentemente con il suo nome e cognome, è il simbolo forte di una comunanza di modi, di lingua, di costumi, di tradizioni ed ovviamente di produzioni e di mercati.
Al Sud-Ovest della Francia il confronto socio-politico ha sempre per argomento il frutto del lavoro. E la contemporaneità non ha cambiato le cose. Coltivato in purezza il Fer Servadou dona bassa resa e grandissima qualità. In tutto il dipartimento dell'Aude sono soltanto due i vigneti coltivati a Fer Servadou.
Ho chiesto ad uno dei proprietari se, stante la limitatezza delle coltivazioni, non tema che con il progredire del confronto e la inevitabile notorietà internazionale del vitigno l'industria viti-vinicola la spunti degradando il Fer Servadou da simbolo dell'autonomia paesana ad oggetto del consumo di massa.
Mi ha risposto che il Fer Servadou è il simbolo della comunità, spetta quindi alla comunità difenderlo o abbandonarlo. Lui, al massimo, può tenerlo in vita il tempo necessario alla collettività locale per fare la sua scelta. Non di più.

La risposta mi ha rimandato poco distante, al grande altipiano carsico del Larzac; la terra del Regno monastico-militare dei Templari.
Nel Larzac da circa trent'anni gruppi di volontari sono impegnati nel recupero dei paesi-fortezza sui quali era articolato l'impenetrabile Regno dei Templari.
A Sainte Eulalie de Cernon, l'antica capitale (1152-1307), i 200 abitanti si sono tassati per restaurare integralmente la grande cinta muraria e l'edificio della Commanderie.
Uno dei tanti esempi concreti in cui in Francia una comunità storica ha cessato di manifestarsi a livello del ricordo per riproporsi su quello dell'iniziativa.

A partire da questa constatazione credo che la Comunità genovese e ligure dovrebbe cominciare a porsi qualche domanda.

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