Russia e referendum di annessione.

Ci avete fatto caso?

La stampa esprime in modo generalizzato la condanna verso la Russia definendo farsa i referenda ed illegali le annessioni proclamate ieri da Putin.

Mi ha fatto piacere leggere queste condanne e mi ha incoraggiato!
Mi fa fatto piacere perchè il mio pensiero è andato al Congresso di Vienna del 1814-1815 dove è stata arbitrariamente decisa l'occupazione della Repubblica di Genova da parte del regno savoiardo.
Qualcuno potrebbe obiettare che era stato deciso da un consesso internazionale (un po' come l'ONU).
Non è il numero a rendere legale un arbitrio: se in dieci decidono di depredare uno la loro decisione è giusta? Diventa legale perchè sono in 10 contro 1?

I referendum farsa: nella stampa "libera" italiana c'è qualcuno che ha ricordato i referenda (definiti plebisciti) tenuti negli Stati preunitari con percentuali curiosamente bulgare a favore dell'annessione al regno savoiardo ?

Talvolta pare che l'informazione "libera" sia un po' come lo scroto : si può tirarla per il verso che viene meglio.
D'altra parte dire che il re è nudo costituisce sempre eresia ed i giornalisti "tengono famiglia".

Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo !

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Quale ruolo per Genova?

Avverto il Lettore con chiarezza.

Non è mia intenzione prendere le parti ed il posto di nessuno, tantomeno assumere una vicinanza od una distanza verso i singoli candidati alla elezione per il Sindaco di Genova e le loro eventuali proposte. Tuttavia non posso tacere che nella rubrica «Il dibattito» sul numero 19 della rivista «La Città», giornale di impegno civile, ho trovato un articolo titolato: «Cinque punti per cambiare Genova».

Primo: Tornare a crescere.
Secondo: Una città educativa.
Terzo: Una città giusta per tutti.
Quarto: Sostenibilità e diritto alla città.
Quinto: Una città più grande e più vicina.

Ognuno di questi argomenti affronta un nodo decisivo per il futuro di Genova ed almeno quattro - il primo, il terzo, il quarto ed il quinto - sono al centro dell’impegno di A.R.Ge. da circa tre anni .

Evidentemente vi sono ragioni che finalmente sono state comprese non solo da chi, come noi, federalista per natura, si batte per un diverso modello di Città e di regione dentro, non contro, un’Italia rinnovata, ma anche da quella parte culturale che, impegnata su altri fronti, solo saltuariamente si preoccupava di costruire un immaginario credibile intorno a cosa Genova è stata per poi immaginare, e dire, dove vuole andare.
Naturalmente, per ogni singolo tema, la lettura proposta della nostra Associazione in parte si discosta da quella offerta ai lettori de «La Città». Ma quelli trattati sono temi-obiettivo e dunque è persino necessario che ogni soggetto sia portatore della sua propria esperienza. Anche opposta. L’essenziale, mi pare, è che questi argomenti una volta per tutte vengano immessi nel dibattito pubblico.

La rivista diretta dal Prof. Luca Borzani lo ha fatto. Benvenuta nel pieno del maelström di Genova. Speriamo altri seguano.
Per uscirne c’è bisogno di aprire un dibattito critico coinvolgendo le migliori energie intellettuali della Città sfidando, con ciò, i raggruppamenti di interessi più conservatori. Che sono tanto di qua come di là. A sinistra, a destra e nel centro.
In quanto alla posizione dell’Associazione Repubblica di Genova i Soci mi scuseranno se, prendendo a riferimento lo schema del citato «n. 19», mi permetto di riassumerla nel modo seguente.
Su alcuni punti, come il primo ed il terzo, siamo andati abbastanza avanti coinvolgendo soggetti diversi a livello locale come nazionale.

Ormai è chiaro che «tornare a crescere» non è una questione demografica ma intellettuale; conoscenza e ricerca sono le linee guida. L’insediamento di centri di ricerca e di nuove imprese produttive ad alta tecnologia e basso consumo di spazio è una necessità impellente. Nessuna città del terzo millennio può cambiare di scala se non elimina il problema delle fabbriche.

Circa «una città giusta per tutti», obiettivo al quale noi sostituiamo quello di una «ri-Generazione della Città», pensiamo che vi siano due linee di azione. Attrarre giovani preparati e trattenere i nostri al seguito dell'insediamento di nuove attività. Quindi ristabilire un rapporto fra le generazioni partendo da quello che alle due estreme categorie manca: confessare all'altra ciò che di quella non piace e ciò che si sarebbe disposti a riconoscerle.

Sul quarto, «rapporto con la città-porto» concordiamo in pieno. Genova, anche quella della Repubblica, era ed è una città con porto non una città portuale. In più un eccessivo sviluppo portuale è contrario all’espansione dell’industria tecnologica. Urbanisticamente i due soggetti non possono coesistere se non al prezzo di un ridimensionamento di quello marittimo.

Sul quinto, «una città più grande e più vicina», proponiamo una chiave di lettura più intimamente connessa a Genova antica, richiamando in questo la metafora della «città-virtuale», circondata com’era da comunità autonome ma partecipative. Principio oggi rievocato nell'ipotesi della città fatta di altre città.
Del resto la concentrazione degli interventi di recupero urbano nelle aree centrali non ha permesso di attivare  le «Delegazioni», che  già nel titolo incorporano l’attribuzione di una inferiorità di specie, incanalando le loro energie in una opposizione che sta avviandosi ad essere radicale ed a raggiungere forme di intensità psicologica irrecuperabili. Oppure recuperabili in un contesto di post-città.

Cioè la fine della Genova che ancora immaginiamo possibile.

Una conclusione brusca, al limite della sopravvivenza.

Ma il tentativo di ribaltare questo risultato riporta ai temi poco prima introdotti.

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Aspettando i Danesi

Mario DraghiIl prof. Mario Draghi ha pronunciato il suo discorso al Senato enunciando i punti e gli obiettivi del programma di governo.
Esaminarli tutti richiederebbe troppo spazio ed in determinati passaggi va oltre le nostre modeste conoscenze, pertanto diventa inopportuno scriverne.
Ma sul suo riferimento al sistema fiscale vigente in Danimarca riteniamo di poter esprinere una considerazione semplice che ci pare incontestabile.
Ci ha stupito che una persona abituata a vivere  e lavorare su scenari internazionali abbia potuto citare quel sistema come esempio cui rifarsi. Non perchè quel sistema sia inefficiente  ma perchè  è difficile immaginare che lo stesso vestito calzi perfettamente su due persone di taglia notevolmente diversa.
Non è risolutivo stabilire se sia nato prima l'uovo o la gallina perchè sta di fatto che è comunque l'etica di un gruppo sociale ad indirizzare i comportamenti di un popolo e dei suoi governati che ne esprimono necessariamente le caratteristiche complessive.
L'habitus pragmatico dei popoli nord europei è diverso da quello bizantino insito in altre culture pur dello stesso continente.
Il diverso costume politico è stato già considerato in un articolo pubblicato nel nostro sito.
Ma l'atteggiamento dei Danesi -dato il riferimento del prof. Draghi- è diverso anche in ambito economico.
D'altra parte il semplice, e non semplicistico, riferimento all'economia domestica che ha il perno nella "diligenza del buon padre di famiglia" (ma anche della madre ché altrimenti va tutto a peripatetiche) trova riscontro nella contrapposizione tra Paesi frugali e meno frugali.

In sostanza ci pare utopico il riferimento al sistema fiscale danese come modello adatto dall'arco alpino sino alle estreme propaggini mediterranee.
Vedremo ...

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E : Pp = V : Adv

Vale a dire : proprietà fondamentale delle proporzioni.
E = eletti ; Pp = posti in parlamento ; V = votanti ; Adv = aventi diritto (al) voto

proporzioniLa proporzione non è altro che un'uguaglianza tra due rapporti; pertanto noi due (Euclide & Eulero) siamo certi che i parlamentari, sempre attenti a parlar di democrazia, saranno incondizionatamente favorevoli ad un principio di uguaglianza.

Confidando nella benevolenza di Dante per l'utilizzo di una sua celebre frase, adattata al nostro tempo, osiamo declamare : "Galeotto fu il Covid".
... insieme al Prof. Draghi.

Il pregresso della politica, le vicende di questi ultimi 12 mesi -pur nell'eccezionalità dell'evento- e la nomina di un presidente del consiglio dei ministri scelto al di fuori della partitocrazia dimostrano che i politicanti non riescono ad andare a sintesi costruttiva sui problemi.
Chissà  se i nostri simpatici Amici Liguri dell'ARGe ci hanno fatto caso? Forse sì.

"...  con una partecipazione che fino alle elezioni politiche del 1979 superava il 90% l’astensionismo non costituiva per niente un problema, né politico né scientifico." ma ora sì !
Vediamo un po' com'è andata nelle ultime tre elezioni politiche:
- partecipanti al voto del 2008 per l'elezione dei deputati : 80,51%
- partecipanti al voto del 2013 per l'elezione dei deputati : 75,20%
- partecipanti al voto del 2018 per l'elezione dei deputati : 72,94%

È così illogico dedurne che il servizio offerto diventa sempre meno corrispondente alla richiesta?
Qualsiasi esercente verificasse un calo del 20% dei clienti si porrebbe il problema di un miglioramento dell'offerta; non fosse altro perché calando il consenso diminuiscono gli incassi, quindi il suo benessere.
Per i politicanti non vale analogo principio: che i partecipanti al voto siano il 90% degli aventi diritto od il 72,94%  per loro è sempre la stessa avendo a disposizione un numero fisso di poltrone.

Allora, cari Amici Liguri, constatata la Vostra simpatica (e fondata) vis polemica perché non proponete il principio proporzionale (questo sì davvero proporzionale, non quello con cui si trastullano i politicanti)?
L'uso delle proporzioni chiarisce il concetto: i posti in Camera (Pp) sono 630, se partecipano il 100% (V) degli aventi diritto (Adv) vengono eletti 630 deputati (E) altrimenti, se partecipa il 72,94%, ne vengono eletti 460 (E:Pp=V:Adv).

Essendo matematici esperti abbiamo calcolato al millesimo le probabilità di obiezioni relative alla rappresentatività quindi ci è venuto naturale l'elaborazione di una soluzione adatta a rintuzzarle: invece di proporzionalizzarne il numero basta proporzionalizzargli gli stipendi complessivi, cioè una sorta di contratto di solidarietà tra "lavoratori" della politica. Sempre per uguaglianza nei confronti degli altri lavoratori.

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94 !

2021 02 08 Spread 93 Il Sole24Ore ritaglioMiracolo !
Poche settimane fa viaggiava a 110-120 ma è bastato che l'incarico di formare il nuovo governo fosse affidato al prof. Mario Draghi perché lo spread calasse in modo significativo.
Una riduzione che  esprime la fiducia dei mercati internazionali verso un qualificatissimo tecnico.
Il presidente della Repubblica italiana, pensando all'incarico che gli avrebbe affidato, aveva parlato di un "governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica.".

Proprio la definizione di "alto profilo" suscita due considerazioni:
- la brutta figura dei partiti italiani evidenziata dal concetto di "alto profilo" perché, senza voler forzarne l'interpretazione, pare legittimo dedurre che se il profilo è alto nel caso in corso quelli dei governi precedenti sono stati -al massimo- di medio livello (ma si potrebbe anche ipotizzarne di basso).
- la capacità di affrontare problemi nodali con qualche speranza di successo ricade su una persona non eletta (dato non nuovo) come a dire che il sistema della democrazia rappresentativa non è all'altezza del compito e serve solo per affidare ai partiti il ruolo di sottoscrittori di compromessi che, nei fatti, si sono rivelati non risolutivi.

Non è dato sapere quanto durerà il governo Draghi e quanto potrà realizzare senza essere condizionato all'assedio partitico.
Ma dopo?
L'etica italiana è quella che è e all'estero ne sono perfettamente conosci.
C'è da aspettarsi che, terminato il nascituro governo, le cose riprenderanno l'italico andamento con i contribuenti sempre obbligati a far da salvadanaio alle necessità elettorali dei partiti.
In attesa di un nuovo Draghi?
O di un partito che bisognerà farsi da soli?

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