Qui una raccolta di articoli sul mondo del lavoro nella nostra Terra.

 

Essere o non essere? Barattoli o robottini?

                                         Ohhhh Shakespeare, mio creatore e maestro.robottino IIT particolare

barattolo di latta per pomodori particolareSon forse più nobili 10.000 barattoli di latta oppure un robottino ?
Perire per poter continuare a dormire o immaginare per crescere ?

Il dubbio mi arrovella la mente ed il cuore palpita agitato !

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Gentili lettori, immedesimatevi nel dilemma che mi attanaglia: suggeritemi una risposta, aiutatemi a dissipare il tormento.

È proprio qui l'ostacolo e perciò bramo coinvolgervi e nel contempo alleviarvi il travaglio.
Diventeremo miseri, negletti, meschini et homines sine pecunia segliendo i barattoli od2021 01 24 intelligenza artificiale genera valore by Francesco Spini titolo Il Secolo XIX i robottini ?
Chi potrà dirimere l'angosciosa vexata quaestio ?

Bhe, se cliccate sulla lente nell'angolo in alto a destra, magari l'articolo di Francesco Spini pubblicato su "Il Secolo XIX" di ieri una mano riesce a darvela.

Buona lettura.

 

 

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Covid contro coil

Su "Il Secolo XIX" di oggi è2020 11 24 AstraZeneca 1 stato pubblicto un articolo che parla dell'Istituto di ricerca biologico molecolare (Irbm) situato a Pomezia. L'Istituto collabora con AstraZeneca per preparare uno dei vaccini contro il Covid-19.

In quell'articolo sono riportati alcuni dati che devono far riflettere chi di dovere.2020 11 24 AstraZeneca 2

È noto che l'acciaieria di Cornigliano occupa più di 1.000.000 di metri quadrati dati in concessione a Riva ai tempi dell'accordo di programma relativo a quello stabilimento quando gli addetti era molti di più degli attuali 1000 (circa) di oggi.

Qui a destra potete vedere uno pezzo dell'articolo che mostra quanto sia assurdo e miope lo spreco (che già di per sè non è atteggiamento intelligente) perpetrato con quell'area.

Facendo un semplice confronto tra l'ex-ILVA e l'Irbm si rileva che la prima impiega 4 volte i dipendenti della seconda occupando una superficie di oltre 12 volte;   come dire che l'ex-ILVA dovrebbe avere 3.125 addetti se avesse lo stesso rapporto occupati per unità di superficie dell'Irbm .
Lo spreco è evidente !

Vale la pena di considerare anche la qualità degli addetti impegnati: non c'è paragone !
Alti livelli di conoscenza comportano una ricaduta sul territorio anche in termini di ricchezza culturale, sociale ed economica.

Per prevenire le obiezioni di chi difende in modo fittizio lo status quo preciso che l'attenzione  dell'Associazione Repubblica di Genova va anche agli attuali dipendenti di ArcelorMittal (o di quel che diventerà in un futuro non lontano) a Genova cui è necessario mantenere un lavoro per assicurare il reddito necessario.

Ciò non è antitetico all'utilizzo profiquo di parte delle aree ancora in concessione nonostante siano radicalmente ridotti gli addetti all'acciaieria.

In modo più diretto : se gli addetti sono stati ridotti alla metà è evidente che 500.000 metri quadrati devono tornare a disposizione della Città.

Semplice e lineare.

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Da Campi a Cornigliano. Questa è la strada da seguire.

Da molto tempo sosteniamo la necessità di utilizzare l'area occupata dall'ex-ILVA (oltre 1.000.000 di metri quadrati) per insediarvi attività che producano maggiore ricchezza culturale ed economica per Genova ed i territori limitrofi (1) (2) (3).
Nonostante il nostro impegno per sensibilizzare le Istituzioni in tal senso sino ad ora pare non si sia mosso alcunchè.

Ci ha confortato l'articolo pubblicato su Il Secolo XIX del 3 u.s.

"Ci serviva più spazio e quei locali  [ il capannone di 11.500 metri quadrati sulla riva destra del Polcevera, vicino al Ponte ricostruito, dove ha sede il Bic ] sono adatti al laboratorio di robotica che stiamo sviluppando " ha spiegato il Direttore dell'Iit Giorgio Metta, Ingegnere elettronico (laureatosi nell'Ateneo Genovese).
In quei locali sorgerà il centro di sviluppo e costruzione di prototipi robotici di tipo industriale. Cioè un'attività ad altissimo contenuto di conoscenza ed elevatissimo valore aggiunto !

Proprio il tipo di sviluppo indispensabile per il miglioramento culturale ed economico della nostra Terra.

Ma cosa ha contribuito a decidere per quella sede?
Lo ha puntualizzato il Direttore :"E poi, vedendo i progetti di riqualificazione della zona della Val Polcevera, lo sviluppo dell'area è interessante anche sotto il profilo urbanistico."

Ma se non fosse crollato il ponte ci sarebbe ugualmente stata questa promettente evoluzione?
È evidente che il contesto urbano ("il profilo urbanistico") riveste un ruolo importante per ospitare adeguatamente scienziati e tecnici dei vari livelli che lavoreranno al Bic.
Dobbiamo considerare il crollo del ponte come un evento propizio ? Ci voleva quel disastro per rendere appetibile quella zona ?

Perchè non pensare alla riqualificazione urbanistica anche dell'area ex-ILVA?
Le considerazioni riportate da un articolo su La Repubblica rendono logica l'intenzione di acquisire almeno 500.000 metri quadri per le necessità di sviluppo della Città.
Basta riflettere sulle rispettive superfici per capire le potenzialità dell'area di cui dispone l'acciaieria.
Il Bic ha un'estensione di 11.500 metri quadrati e quella piccola area ha consentito di localizzarvi laboratori d'avanguardia; pensate,cari lettori, cosa si potrebbe realizzare su un'area di quasi 50 volte !
Non solo la "... costruzione di prototipi robotici ..." ma anche la produzione in serie !
E la prossimità del Porto ed aeroporto consente un'esportazione "a Km zero".

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Trieste vs Genova : 1-0

Trieste riparte perchè "... chiude la ferriera e il porto entra nel futuro."

I Triestini sembrano più pronti dei Genovesi a cogliere il progresso. Sarà perchè a Trieste è localizzato il Centro Internazionale di Fisica Teorica e la sua presenza ha modificato per via subliminale l'attitudine ad immaginare (e realizzare) il futuro?

Sì, a Trieste chiude la Ferriera di Servola costruita 124 anni fa (cioè nel 1896) dalla Krainische Industrie Gesellschaft di Lubiana.
La decisione non è stata rapida, infatti negli anni passati molte amministrazioni (soprattutto quelle guidate da Riccardo Illy e da Debora Serracchiani) hanno spinto per mantenerla attiva.

Alla fine, però, la situazione si è mossa e Servola è stata chiusa per le pressioni sempre più insistenti di Stefano Patuanelli (triestino e Ministro dello Sviluppo economico), Roberto Dipiazza (Sindaco di Trieste) e Massimiliano Fedriga (Presidente della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia).

Sarà mica che una certa mentalità politica e sindacale vede nelle attività della grande industria, in particolare quella pesante, un bacino in cui attingere iscrizioni e voti?
Sarà mica perchè la sindacalizzazione negli ambienti ad alto contenuto di conoscenza è difficile considerato che vi sono impegnate persone ad elevate  possibilità di trattativa autonoma in quanto detengono la conoscenza?

Viene il sospetto che l'attenzione ed il sostegno per le attività a basso contenuto di conoscenza sia il sistema adottato per mantenere il proprio ruolo politico e di intermediazione; tutto a pesante discapito della ricchezza culturale ed economica della comunità.
Sarà mica che il miglioramento sociale complessivo viene "venduto" per il tornaconto personale e delle organizzazioni di appartenenza.

Non c'è dubbio che a Genova come a Trieste ci sia la preoccupazione per assicurare un reddito ai dipendenti delle attività obsolete. Ma se a Trieste è stato trovato l'accordo per sistemare i 640 dipendenti (1 ogni 317 abitanti) altrettanto ed ancora più facilmente si può fare a Genova nell'ex-ILVA con 1 dipendente ogni 480 abitanti ; organizzando la riqualificazione dei dipendenti sarà possibile re-impiegarli nelle attività che verranno insediate su quel 1.000.000 ed oltre di metri quadrati occupati da uno stabilimento non adatto al nostro territorio.

Riuscire in questa impegnativa riconversione comporta un grande impegno per neutralizzare l'habitus assistenzialista-statalista  sedimentatosi in decenni di aziende statali; l'apparente attenzione al sociale ha ancora gioco facile per la presa immediata ed acritica su la parte di popolazione con livelli di conoscenza poco spendibili nella trattativa con la "controparte".

Ricerca, conoscenza, alta tecnologia creano ricchezza culturale , sociale, ambientale, economica.


P.S. by the way (tànto pe dî) : a Torino sorgerà l’istituto per l'intelligenza artificiale: ricadute fino a 200 milioni l’anno. Qui continuiamo a remenarcelo con l'acciaieria ed i suoi coils. Dove sono i progressisti che immaginano, pianificano e realizzano il futuro per il benessere della nostra Gente?

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  • Ospite (moco)

    Diciamo anche però che Trieste è la "secolare" sede delle principali e storiche Compagnie di Assicurazione italiane e internazionali una delle quali Globale è fra le prime al mondo!
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Part-time e Smart working

Verso la fine degli anni 80 del secolo scorso, fui uno dei primi a Genova, e il primo nel Gruppo cui apparteneva la mia azienda, a introdurre un numero limitato di contratti a part-time. Le interessate erano giovani mamme e, prima di tutto, persone serie. Pur lavorando per il 50% del tempo (l’unica misura prevista in quei primi tempi) loro “produzione” fu infatti ridotta in misura ben minore dell’orario. Lavoravano con maggiore serenità e utilizzavano meglio il tempo di lavoro, ricevevano una retribuzione leggermente superiore al 50% per il minor carico fiscale.

Tutto bene? Niente affatto: mi guadagnai molte rampogne dai colleghi e dall’Intersind, la rimpianta “Confindustria dell’IRI”, tutti preoccupati di veder scardinata l’organizzazione aziendale e certificato un qualcosa che sapeva di assenteismo autorizzato. Passato un primo periodo di mugugno, tutto funzionò molto bene. Ancor meglio funziona oggi, dato che il part-time può essere usufruito per percentuali minori di riduzione. In questo modo la “produzione” delle persone è praticamente uguale a quella del lavoro full time e la retribuzione percepita pure.

Oggi il part-time è qualcosa di acquisito, le preoccupazioni di un tempo ridotte al minimo. E farebbero sorridere se non sentissi spuntare critiche analoghe per una forma di lavoro che in questi tempi di quarantena è stata imposta alle aziende non sempre pronte, tecnicamente e psicologicamente, ad accettarlo: lo smart-working, lavoro agile o più correttamente, il lavoro da casa.

Il lavoro da casa, o da remoto, nacque molti anni fa in UK come strumento per combattere lo spopolamento delle isole e delle zone più remote della Scozia. In Italia ha stentato ad affermarsi e se ha avuto uno sviluppo è stato in occasione di catastrofi: il COVID19 è piovuto addosso alle aziende, chiudendo in casa i dipendenti e rendendo necessario utilizzare questa modalità di lavoro.

Va detto che Genova, dopo il crollo del ponte Morandi, è stata all’avanguardia nell’introdurre questa importante innovazione, per ridurre gli spostamenti dei dipendenti e alleggerire il traffico cittadino, privato della sola via di scorrimento. Si è trattato di imprese o fondazioni altamente tecnologiche, principalmente insediate nell’area degli Erzelli, che hanno reagito senza problemi all’innovazione organizzativa. Per capire l’importanza dello smart working, è interessante citare il caso di una signora genovese, trapiantata in Svezia, ma bloccata a Genova per la pandemia. La signora è assistente personale di un altissimo dirigente di una azienda d’importanza mondiale: opera senza problemi a più di duemila chilometri dalla normale sede di lavoro. 

La pandemia potrebbe e dovrebbe essere l’occasione per dare l’impulso definitivo allo smart working.
I vantaggi sono evidenti: meno affollamento sui mezzi pubblici e meno traffico pendolare. Minori costi per le mense, risparmio sugli spazi e le infrastrutture.
In uno studio del 2015 l’Università di Stanford aveva stimato per un'azienda di servizi un aumento della produttività del 13% grazie a questa modalità di organizzazione del lavoro. Uno studio più recente che ha coinvolto 250 persone operanti in 21 imprese, piccole medie e grandi, ha evidenziato questi dati medi annui per dipendente: 2.400 chilometri percorsi in meno, sette giorni guadagnati e 270 chili di anidride carbonica non immessi nell’aria con un risparmio di circa 1.300 euro a dipendente. Tra i benefici dello smart working, inoltre, c'è il poter realizzare un migliore work-life balance ed una conseguente diminuzione dello stress da lavoro.

Ovviamente non tutti i lavori si prestano, ma nella maggior parte dei casi si potrebbero limitare le presenze fisiche negli uffici allo stretto necessario, per il resto la tecnologia aiuta e risolve. Purtroppo non tutto il mondo del lavoro italico (datori di lavoro e sindacati) sembra pronto a questo salto organizzativo e culturale. È vivo da entrambe le parti il pensiero che possiamo banalmente definire: “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.
Per il sindacato significa che il lavoratore a domicilio possa essere considerato di serie B rispetto ai presenti in ufficio e, soprattutto se donna, messo in disparte nelle politiche retributive e di crescita professionale.
Per il datore di lavoro resta il sospetto che il lavoro a domicilio sia una possibile sinecura, un modo autorizzato di lavorare con il minimo impegno. Questo ovviamente può accadere, ma mi sia consentito di dire sottovoce che il “lavativo” resta tale anche se sta fisicamente in ufficio; così la sua assenza se non altro non è di disturbo e provocazione per i colleghi.

Battute a parte, la gestione del lavoro da casa non è diversa da quella del lavoro tradizionale. Fondamentale è la capacità del management di dare obiettivi chiari, controllare tempi e modi del loro raggiungimento, saper premiare, o punire, in base ai risultati. Purtroppo per esperienza diretta (anche su me stesso), so che se già non è facile dare obiettivi ben strutturati, è faccenda scomoda darsi parametri e modi di controllo; quasi indigeribile, infine, riprendere e se del caso punire chi non raggiunge l’obiettivo. Anche premiare può essere scomodo se non ci si distacca completamente, e non è così semplice, dalla soggettività.

Per concludere, credo che la diffusione dello smart-working sarà una dei pochi lasciti positivi della pandemia, se imprese, sindacati e lavoratori ne comprenderanno appieno i vantaggi e sapranno adattarsi al nuovo modo di operare. Sarà necessario dotarsi degli strumenti informatici necessari, ma questi sono ormai largamente disponibili, e il loro costo sarebbe assorbito dai molti risparmi cui abbiamo accennato. Più complicato sarà formare le persone e abituarle a lavorare in un contesto diverso da quello cui erano abituate da sempre. Ma la vera sfida e la chiave del successo sarà formare dei dirigenti e capi in grado di guidare le risorse umane senza averle fisicamente sotto controllo.

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