Qui una raccolta di articoli sul mondo del lavoro nella nostra Terra.

 

3° : Ricordati di santificare le Feste

A novembre avevo ordinato delle scarpe, già in catalogo, ad un piccolo calzaturificio trentino.
Visto che durante 40 giorni non ho ricevuto nessuna nuova ho pensato che il corriere, o non avendo trovato l'indirizzo (capita) o non essendo riuscito a mettersi in contatto con me per la mia assenza, avesse rimesso il collo a magazzino per la restituzione al mittente. Quindi ieri, domenica, ho inviato una e-mail alla Ditta chiedendo se per caso le cose fossero andate come avevo immaginato.
Tempo mezz'ora mi ha chiamato il Titolare che, si noti bene, di domenica e subito dopo pranzo stava lavorando!!!!
Mi informava che l'ordine è ancora in esecuzione perchè uno dei modelli ordinati richiedeva una finitura a mano.

Sono rimasto veramente dispiaciuto per averlo disturbato.
Quest'uomo stava lavorando. Santificando la Festa comandata in un modo tutto contrario all'andamento comune. Eppure, per quanto la mia richiesta non avesse nessun carattere di urgenza e tanto meno imputasse qualcosa alla sua Ditta -come detto temevo di aver creato loro un disguido dovuto alla mia assenza da casa- nel pieno della concitazione per l'esecuzione degli ordini in tempo per il Natale  non ha perso tempo per mettersi in contatto diretto. Con un cliente qualsiasi.

Spesso ci si domanda come fanno coloro che escono dalla crisi economica, ecco la risposta:
3° santificano le Feste, lavorando;
4° cercano di non perdere i clienti, per quanto piccoli possano essere.

Come diceva Don Pietro, arciprete al mio paese ai tempi trascorsi: se alla domenica avete da lavorare, potete fare a meno di venire a Messa. La Festa la santificate già  lavorando.

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AMT , carne da macello?

Da martedì 19 novembre i dipendenti di AMT (Azienda Mobilità Trasporto del comune di Genova) sono in sciopero.

Dopo tre giorni di ansia, alterazione, raid nell'aula del Consiglio comunale, prese di posizione, blocchi stradali, respingimento delle ingiunzioni di precettazione, oggi per il quarto giorno l'agitazione continua.
Non è più uno sciopero.
E' un avvenimento epocale. Quasi un inizio di rivoluzione.
E' dalla “settimana rossa” del giugno 1914 che non c'è più stato un così forte vento di protesta. Allora furono socialisti, repubblicani e anarchici a scendere in piazza contro l'uccisione di tre giovani operai ad Ancona. Oggi sono i dipendenti dell'AMT Genova, a scendere in piazza contro l'in-efficientismo della politica, i condizionamenti dell'economia, l'indifferenza delle persone.

Se gli abitanti della città fossero intellettualmente onesti scenderebbero in piazza insieme agli autisti.
Occuperebbero Piazza della Vittoria ad oltranza. Costi quello che costi. A cominciare dal futuro biglietto del bus naturalmente.
Siccome i genovesi intellettualmente onesti non sono, non scenderanno in piazza con gli autisti.

E qui si apre il primo fronte sul quale è ingiusto mandare a morire i dipendenti.
Il servizio di trasporto pubblico a costi (per l'utenza) oltremodo protetti più in là che insostenibile economicamente è culturalmente sbagliato.
Il senso del trasporto pubblico è quello di permettere gli spostamenti all'interno di una determinata area (città, paese, ecc.) secondo una scala di priorità. Per cominciare chi si sposta per necessità inderogabile (lavoro, urgenze, ecc.) , per finire chi si sposta per svago o passatempo.
Per questo in tutto il mondo civile i biglietti del bus costano da € 1 a corsa in su.
A Genova invece il costo è di € 1,50 per 100 minuti. Così chi sale sul bus per necessità e fa, poniamo, due corse al giorno (andata e ritorno) spende almeno 3 € (contro i 2 del sistema europeo) mentre chi lo prende per diletto gira tutto il giorno con quattro soldi.
Per quale ragione?
Perché il concetto che ha guidato le generazioni passate dei genovesi è stato quello del malthusianesimo. L'idea cioè che una società composta di vecchi, possibilmente pensionati, potesse essere più vitale di una fatta di giovani.
Secondo questo concetto il pensionato era visto come una futura fonte illimitata di ricchezza pubblica , data appunto dalla pensione. Una rendita abbastanza facile (visto che era ottenuta senza un autentico rapporto reale con la posizione contributiva) che avrebbe soddisfatto le esigenze future della popolazione medesima.
Invece questa rendita se ne è andata tutta a finire in “badanti” e sanità e gli spavaldi malthusiani di ieri oggi sono dei vecchi miseramente costretti a prendere l'autobus per svago. L'unico rimastogli.
Risultato: un servizio sempre più ridotto nella qualità, sempre più in deficit nella quantità.

Qui si apre il secondo fronte sul quale è arbitrario mandare a morire i dipendenti.
Il vuoto politico che ha segnato il rapporto fra la città di Genova ed il suo sistema di mobilità urbana.
La nozione ed il concetto di mobilità urbana a Genova sono morti quando sono stati tolti i tram: il 27 dicembre 1966. Da allora il trasporto pubblico di superficie ha cessato di essere un elemento essenziale della mobilità. Infatti il tram movimenta più passeggeri del bus, è più longevo e più veloce.
Così mentre in Italia e in Europa si mantenevano o si introducevano i tram, Genova li toglieva.
Poco dopo provvedeva a sopprimere anche i filobus.
Da allora tutti gli ulteriori interventi sono stati orientati ad un taglio del servizio, tanto che ad oggi alcune zone della città, come la Val Bisagno, di fatto sono quasi sprovviste di linee di trasporto pubblico mentre le aree centrali sono servite da una modestissima linea di “metrò leggero”.
Costata l'ira di Dio e con tempi commerciali di prestazione fra una stazione e la successiva (calcolati a partire dall'entrata e uscita dei sottopassi) superiori a quelli impiegati sulla stessa tratta in superficie da un pedone.
Per saperne di più basterebbe leggere le pubblicazioni di Claudio Serra, il più autorevole studioso genovese in materia. Sennonché nessuno legge.
Né i libri, né gli atti della Civica Amministrazione.
Tutte le questioni, politicamente, sono sempre state affrontate costretti dall'emergenza che serrava alla gola e talvolta con dei modi che fanno temere si volesse tacere qualcosa di essenziale.

La ridefinizione di AMT, AMIU e ASTER da comunali a società partecipate, oltre che una risposta a problemi oggettivi di bilancio, onestamente parlando portava già in sé un orientamento verso la privatizzazione di quelle società.
Al tempo il comune di Genova aveva circa 8.000 dipendenti ed anche i sostenitori più accreditati del principio del “posto pubblico” per tutti avevano ben presente che prima o poi tale carico finanziario sarebbe risultato difficilmente sostenibile per l'Amministrazione.
La costituzione delle “partecipate” non risolveva il problema ma certamente poneva le basi per risolverlo in una maniera più diretta. Come detto, una qualche forma di privatizzazione.

Restano invece tutte da verificare le voci circolanti nei corridoi del Comune, secondo le quali già dall'inizio della storia fra le ipotesi dell'intero processo di ristrutturazione-dismissione aziendali fosse stata presa in considerazione anche quella del possibile fallimento finale.
Ho dei dubbi su tutto ciò, se non altro perché il costo finale per la collettività sarebbe stato ancora più alto, tuttavia non si può negare che nel corso degli anni '90 l'evolvere darwiniano, la competizione serrata, intimamente veniva considerata giusta da molta parte della Sinistra.
Sia come sia il Sindaco Doria, essendo l'ultimo arrivato, evidentemente è quello che ha meno colpa di tutti. Il suo difetto è quello di aver temporeggiato.
Oggi non è più possibile.
Le vicende del mondo viaggiano ad una velocità impressionante. Ciò che si vede ora non sta accedendo in questo preciso momento ma è accaduto ieri o avantieri in un posto lontanissimo.

Per essere al passo con i tempi della contemporaneità bisogna vivere costantemente nel futuro prossimo, non nel presente. E' un intero sistema di pensiero che va modificato.
La crisi economica dei nostri giorni ha fatto di questa esigenza un imperativo categorico. E' pronta Genova ad un simile passo? O cullandosi nel falso mito della città “crudele e carnivora” preferirà prendere tempo sacrificando come carne da macello l'AMT?

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Ginnasiarchi in ferie

Voi siete in quattro. Due fanno le ferie a luglio. Due fanno le ferie ad agosto.

L'ordine, imperativo e categorico, è stato impartito da un Dirigente Amministrativo Scolastico (in attività D.S.G.A.) a quattro suoi collaboratori componenti la segreteria di un istituto superiore.
Apparentemente niente da dire. Non fosse per il tono, più da atletista ginnasiarca che da funzionario di ginnasio, non ci sarebbe niente di male. Quali che ne siano, di volta in volta, le ragioni reali, la programmazione è condizione necessaria ed indispensabile al lavoro. Non solo d'ufficio.
Ma come si vedrà, nel caso in questione è proprio l'argomento della programmazione ad aver perso i suoi tratti fisiognomici.
Il fatto è che i quattro sottoposti in questione sono quattro impiegati cosiddetti precari. Quattro pretendenti ad un posto fisso che per adesso hanno centrato l'obiettivo di una annualità, un contratto cioè a tempo determinato della durata esatta dell'anno scolastico, visto dal lato amministrativo. Dal 1 settembre al 31 agosto dell'anno successivo. Nel nostro caso dal primo settembre 2013 al 31 agosto 2014.

Come è noto anche queste avventurose figure di precari, come i loro colleghi di ruolo, maturano le ferie in ragione del diritto di legge: secondo la durata complessiva del rapporto di lavoro ed in base al numero di ore settimanali.
Ora, trattandosi di quattro impiegati a tempo pieno, l'incidenza delle ferie nell'arco dei dodici mesi corrisponde a 36 giorni, cadauno, come si diceva ai bei tempi beati nei quali si andava a scuola per imparare a leggere, scrivere e far di conto. Trentasei giorni che tutti e quattro gli aventi diritto devono utilizzare entro la scadenza del 31 agosto, pena la perdita delle giornate o delle ore non adoperate.
Sembra evidente che, qualunque idea ci fosse dietro l'argomento della programmazione, probabilmente quella di garantirsi la piena disponibilità del personale nella seconda metà di giugno tempo di esami e scrutini, i conti non tornano.

Luglio ha 31 giorni. Agosto pure.
Se i due che vanno in ferie a luglio hanno ancora tutte le ferie o quasi da godere - dato che le giornate lavorative in un mese variano fra 20 e 22 - chiudono il periodo con circa quindici giorni ancora da scontare. Nella stessa situazione verrebbero a trovarsi i due comandati per agosto. Chiuderebbero il mese, ed il loro contratto, con un avanzo di oltre dieci giorni. Allora che fare?
Certo, i due di luglio potrebbero tirare fino ad agosto inoltrato mentre i due di agosto potrebbero iniziare un po' prima, diciamo a metà di luglio. Ma in questo modo la segreteria resterebbe quasi un mese, dalla metà di luglio alla metà di agosto, totalmente priva di personale.

Si potrebbe fare che i due di luglio cominciassero loro un po' prima, diciamo verso la metà di giugno. Qua però la segreteria resterebbe sotto organico al tempo degli scrutini.
Si potrebbe fare che i due di agosto cominciassero le ferie ad inizio di giugno. Però ad agosto non sarebbero più in ferie, sostituiti da quelli inizialmente previsti per luglio slittati in avanti di quindici giorni.
Impossibile. Chiaramente un errore.
Dopotutto se uno è comandato di fare le feria a luglio fa le ferie a luglio e se uno è comandato di farle  ad agosto le fa ad agosto.
A che pro allora avere un D.S.G.A. pagato per programmare il lavoro se poi finisce che ognuno fa le ferie quando vuole?

A questo punto sorridiamo di doverosa pietà. Si dirà che ogni articolo ha le sue manchevolezze ed ogni mansione le sue inadeguatezze. Ma non commettiamo l'errore di considerare manchevolezze ed inadeguatezze un fatto marginale quando poi esse ci inondano a ogni occasione e determinano inefficienze disastrosamente antieconomiche ed antisociali.

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Ma cosa ci succede?

L’idea del Salone nautico, nata oltre 50 anni fa, è stata una brillante intuizione che ha dato lustro internazionale a Genova.
Purtroppo la superficiale convinzione di una inattaccabile supremazia ha portato nel tempo ad una scarsa attenzione per l’evolversi delle necessità espositive ed al crescere della concorrenza cosi che il nostro Salone « … È stato per anni uno dei più importanti al mondo. Ma ci siamo fatti superare da Cannes, che è più internazionale: si è sviluppato a seguito di quello di Genova ma oggi ha una ricchezza di espositori, anche stranieri, che Genova non ha più ».

In questi giorni un’altra deludente notizia.
I passeggeri sbarcati al mattino da una nave MSC e in partenza con i voli serali hanno dovuto rinunciare a visitare Genova per la mancanza del deposito bagagli.
Perché?
Per quale miopia si buttano a mare occasioni grandi o piccole per aumentare il benessere generale della Città? Disattenzione sciocca o deliberato calcolo?
Sarà mica che Fiera di Genova SpA, una società per azioni a capitale pubblico di cui Comune Provincia e Regione detengono più dell’80% delle azioni, è usata o è stata a lungo usata dai partiti come stipendificio? Si sa che la gestione pubblica è molto attenta ai “clienti” ma poco compatibile con l’efficienza ed il rinnovamento.

Se non ricordo male in passato gli esperti avevano parlato di sinergia tra terminal crociere ed aeroporto. Non ci vuole uno stratega della logistica per immaginare di utilizzare l’aereo nel trasferire turisti che vogliano fare una crociera. Quindi se il Porto di Genova vuole, anzi deve, essere l’home port delle navi da crociera è obbligatorio che il Cristoforo Colombo sia attrezzato per il servizio che gli compete, anche nei casi di fruttuosi imprevisti come avrebbe dovuto essere una sosta inaspettata di crocieristi.
Invece?
Turisti intrappolati!
Ma porca miseria, possibile che nessuno si sia preso la briga di far portare, alla velocità della luce, sul piazzale dell'aeroporto 3-4 containers per stivarci i bagagli, metterci una guardia giurata a controllare e consentire, così, ai croceristi in attesa di imbarco sull’aereo di visitare la Città?
Ed un turista cosa fa quando è in giro? Magari spende qualche soldo. Ma la Città è così ricca che possiamo permetterci di perdere occasioni d’oro? Ma dov’è il senso dell’intrapresa? Di certo non abita nel cranio dall’amministratore pubblico italiano che non risponde mai delle inefficienze. A dirla tutta le elezioni dovrebbero essere lo strumento di verifica ma è risaputo che i politicanti sono degli imbonitori e hanno facile gioco nel promettere benefici a questi e quelli.

L'italico menefreghismo della cosa pubblica non ci va  per niente bene.
Dobbiamo abbandonare l’italia

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