Il chinotto

In seguito ad una pubblicità ho scoperto una tipicità ligure: il chinotto.
Sorpreso ed incuriosito mi sono documentato un po’.

È una pianta originaria della Cina meridionale che un navigatore savonese portò e trapiantò nella nostra Terra intorno al 1500. L’acclimatazione avvenne perfettamente e questo agrume iniziò ad essere coltivato in un territorio attualmente limitato alla Riviera di Ponente tra Varazze e Finale.
I frutti hanno modeste dimensioni, quando sono maturi assumono color arancio intenso ed hanno un tremendo inconveniente : un terribile gusto amaro-acido.
Evidentemente questa caratteristica ne avrebbe decretato l’estinzione ma la Gente della Riviera non si è fatta condizionare ed ha saputo utilizzarlo per farne ottimi prodotti : canditi, liquori, marmellate, mostarde ed una gustosissima bevanda.

Non è una bevanda tanto di moda e non le si addicono tutte quelle belinate di termini in voga per far sembrare migliori le cose ( trendy, smart, cool, ecc.) ma è buona.
Quindi faccio un invito ai nostri Lettori : quando andate al bar o in un negozio invece di ordinare le solite bevande gassate fate prevalere la vostra Ligusticità.

Non fatevi omologare: chiedete il chinotto.

 

Se desiderate documentarvi ulteriormente ecco alcuni siti interessanti:
www.arciconfraternitadelchinotto.org
http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/12/02/declinazione-di-chinotto/ www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/chinotto-di-savona
www.chinottidisensu.com/CHI%20SIAMO.html
www.chinotto.com/spuma/index.htm

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Orgoglio Genovese

Naturalmente non esiste la città perfetta ma nel mio immaginario … la città perfetta è Genova.
Lo capisco che è una risposta di parte ma Genova è una città straordinaria.
É una città di pietra ma al tempo stesso una città di mare ... É una città che cambia continuamente … le navi che vengono e che vanno, è come se cambiasse ogni cinque minuti, ogni mezz’ora.
É una città starordinaria.
É una città silenziosa, attenta, introversa, un po’, un po’ selvatica però allo stesso tempo straordinariamente potente … Il Centro Storico, che è di pietra, è il luogo della certezza, della protezione ; il mare è il luogo dell’avventura … A Genova la prima cosa che ti viene in mente è andartene, andartene per scoprire il mondo. Dice Calvino che ci sono due tipi di Genovesi: quelli che restano attaccati agli scogli come le patelle e quelli che invece partono e vanno a girare per il mondo.

É un motto genovese : qui non si spreca niente... Si dice che i Genovesi siano tirchi, in realtà io credo profondamente che siano parsimoniosi ed è una qualità straordinaria che si è un po’ dimenticata … qui non si spreca niente funziona perfettamente sempre … funziona a tavola, funziona nel lavoro, funziona nei rapporti tra le persone ...

 

No, non lo diciamo noi dell'Associazione Repubblica di Genova.
Il nostro Orgoglio Genovese, il nostro Orgoglio Ligure è scontato, non sorprende.

Quanto trascritto lo ha detto l'Architetto Renzo Piano durante un'intervista alla trasmissione "OTTO E MEZZO" di sabato scorso ( http://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/renzo-piano-diversamente-politico-25-01-2014-125558 ).

La prima parte è la risposta ad una domanda di Beppe Severgnini sull'esistenza di una città perfetta oppure migliore (tempo 26' 42").

La seconda è la risposta a Lilly Gruber (tempo 34'10") che  gli ha chiesto quale sia il suo motto.


Genovesi e Liguri quanto detto dall'Architetto Piano è un richiamo al nostro Orgoglio
Genovesi e Liguri l'Architetto Piano conosce il mondo quindi le sue considerazioni hanno un valore indiscutibile e non possono essere tacciate di provincialismo o di miopia
Genovesi e Liguri ricordiamoci bene quanto ha detto l'Architetto Piano. Teniamolo sempre ben presente ed in ogni cosa che facciamo, diciamo, scriviamo.
Genovesi e Liguri diamoci da fare per affermare e diffondere la coscienza di quanto ci distingue
Genovesi e Liguri
lo ha scritto anche Dante "Ahi Genovesi, uomini diversi d’ogne costume..." . Siamo diversi e questa nostra diversità dobbiamo difenderla ed arricchirla

 

 

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La legge del genere

Tenendo conto del senso dell’ironia di parecchi fra i lettori è probabile che troveranno in questo racconto molta parte di verità.

Sabato 20 luglio 2013 sui Quotidiani nazionali infuria la polemica; stranamente non si tratta della solita, immancabile, disputa solleonesca a base di tette al vento e culi all’aria, secondo l’antico motto italico per cui “Panza chiena nun penza a guaie”.
No. La questione, pur rimandando sempre il tutto ad un livello di rappresentazione collegato ai particolari anatomici, la pancia, si pone agli antipodi della visione caricaturale consacrata poco sopra dall’arguzia napoletana: il fisco. Il nemico più segreto ed intimamente nocivo degli italiani.

Nell’universo balneare intorpidito dal calore e nelle strade cittadine un po’ meno animate del solito la notizia rimbalza con i contrasti che porta con sé.
A Milano, gli stilisti Dolce e Gabbana sono stati condannati a un anno e otto mesi per evasione fiscale. Dopo che i giornali hanno ripreso e diffuso la notizia con titoli scandalistici ed il “j’accuse” lanciato verso di loro dall’assessore alle attività produttive del Comune di Milano, gli Stilisti, per protestare contro l’atteggiamento della stampa e del Comune, visti anche come contrari ai progressi industriali e commerciali del miglior Made in Italy, hanno dato vita ad una clamorosa messinscena alla voce: “Comune di Milano fate schifo!”; chiudere per tre giorni tutte le attività del Marchio nella città di Milano e, per massima rappresaglia, ivi compresi le edicole di via della Spiga, il Martini Bar, il barbiere ed il ristorante in via Risorgimento!
Che ciascuno trovi qui la sua sanzione!
Una conclusione in forma di tragedia.

Con effetto straordinario il grido di dolore dei Due: la stampa ha sbagliato, il Comune è cattivo! è diventato un mezzo inno patriottico. Vox Populi, Vox Dei. Ecco il proverbio più veritiero, ripetuto come un ritornello a cominciare dal Presidente della Regione Lombardia, pronto a promettere spazio agli Stilisti per le prossime future sfilate, al quale subito dopo si sono uniti per chiedere clemenza l’immancabile Flavio Briatore e trenta milioni di “Sine”.

Sina, diminutivo di Sinopia, è una mia amica. Bravissima persona. Tuttavia, nei suoi comportamenti abituali improntati ad un certo automatismo commercial-gossipparo, rivela i valori fondamentali di gran parte dell’italica società contemporanea dove non c’è primato senza dubbio, non c’è riuscita senza sospetto, non c’è sconfitta senza vittimismo, non c’è giustizia senza congiura, non c’è realtà senza rituale.
In lei, le macchine e gli uomini, il razionale e l’emozionale, il progresso tecnologico ed i desideri arcaici, si trasformano in simboli della civiltà consumistica ed in organi di una realtà che ha senso solo se trasformata in spettacolo.
Allora, la vacanza ha senso solo se si fa in uno di quei posti detti, à la page, nei quali i moli degli imbarcaderi, le terrazze dei bar, le stradine del centro storico, non si possono dimenticare perché sono la prova provata del di lì avvenuto passaggio di un qualche rappresentante del jet-set.
La gita in barca ha significato solo se, mentre sei da solo nel bel mezzo del mare aperto, rischi di essere triturato da uno yacht, che manco ti ha preso in considerazione, epperò vuoi mettere quale yacht se non quello di un noto attore o stilista.
La vista di un magnifico tramonto sulla spiaggia vale solo se, nel bel mezzo di un quadro vivente, il paesaggio scompare e tu rischi di annegare per l’onda lunga causati dal passaggio sottocosta dell’immancabile nave da crociera.
Sina, dunque, non è altro che la metafora di una legge del genere, quello dell’italico abitante il quale esprime le qualità proprie all’universo culturale al quale partecipa.

Una metafora che, tanto per non distaccarsi dagli esempi forniti, già un anno e mezzo fa era stata raggiunta e, purtroppo, tragicamente superata dalla realtà stessa.
Il sorpasso è avvenuto nel gennaio 2012 quando una nave della Costa Crociere è naufragata davanti all’isola del Giglio.

Allora, la versione leggendaria del simbolismo commercial-spettacolare passava, come sempre in ossequio alla Vox Populi, davanti ad uno dei più bei paesaggi d’Italia. Passava, stretta idealmente tra due ali di folla, con in prima fila oltre alle immancabili “Sine” anche alcuni dirigenti di quella comunità, che fino a qualche giorno prima del fattaccio avrebbe ripudiato chiunque fosse stato contrario alla “cerimonia dell’inchino”.
Come minimo sospettandolo di intelligence con qualche località turistica concorrente.
Poi, la Costa Crociere ha fatto crash ed i svariati milioni di “Sine” che popolano la penisola hanno fatto Oooh! Passando in un attimo dal ruolo di superficiali spettatori-attori a quello di vittime, martiri e salvatori della comunità isolana e della natura oltraggiate.

Eccolo il mormorio il quale sarebbe stato caro ad Alessandro Manzoni per accompagnare nella sua opera la sfilata di figure discutibili, disposizioni alla corruzione o tradizioni all’imbroglio.
Forse per scaramanzia oggi a quello stesso mormorio colto dalla retorica si affidano gli indagati del disastro per chiedere clemenza.
Non so dire se questo canto porterà fortuna ai sospettati. So però che in questo anno e mezzo gli italiani, Sina compresa, hanno provato tutta la gamma delle emozioni possibili. Perciò credevo fossero riusciti a scrollarsi di dosso la caratteristica strutturale della legge del genere. La comunione fra spettatori e protagonisti.
Invece, la trama semantica profonda di questa legge, a somiglianza dei grandi generi di rappresentazione scenica che tanto affascinano la Sina ed i diversi milioni di suoi consimili, è ancora rispettata fedelmente.

Di fronte alla reazione clamorosa di Dolce e Gabbana, i quali naturalmente hanno tutto il diritto di rispondere come meglio credono a sentenze ed iniziative che giudicano lesive dei loro diritti e della loro rispettabilità, le “Sine” nostrane, anziché guardare la vicenda con un certo distacco, prima si sono stupite, poi si sono interrogate, quindi hanno protestato in nome e per conto di una pretesa neutralità.

Tu pensi che la neutralità della Sina sia quella di chi vuole difendere il guadagno - la legittima ricompensa per qualunque impresa che abbia come armatura il lavoro, il merito, la passione - dalla rapacità interessata dello Stato sprecone. Invece no.
La Sina è sempre perfettamente convinta che il principio di neutralità debba comunque  fornire un terreno di scelta al simulacro ed alla dissimulazione.
Dopo tutto, le difficoltà cominciano perché siamo sempre vittime di sfortune e di ingiustizie.

Spazio dunque al dramma, allo spettacolo ed alla Sina.

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O Bagnon

E’ un piatto tradizionale di Riva Trigoso.
Visti gli ingredienti usati immagino sia stato inventato dai pescatori o marinai, cioè gente che in mare ci stava di lungo navigando a bordo di pescherecci e leudi.
Spero che non siano pochi a conoscerlo, almeno di none, ma è molto probabile che molti di meno lo abbiano mangiato anche perché non c’è verso di trovarlo nei ristoranti, trattorie o ostaie.
Come il Pesto dovrebbe, secondo me, essere un segno distintivo della nostra cucina e non capisco perché non venga offerto nei menù; è un piatto semplice ed economico (va be’ , dipende da quanto vengono le acciughe) e la preparazione è relativamente veloce.
Forse dipende da ... non lo so. Ma se penso che a Pieve Ligure fanno la sagra della paella e della sangria mi viene da pensare che ... semmo ’na manega de scemmi.

Io sono riuscito a mangiarlo un soddisfacente numero di volte grazie ad un mia cugina (Grazia), ad un amico (Pier Cristiano, veramente è sua moglie che lo prepara) e a me stesso.
Su internet e sui libri di cucina (non moltissimi) trovate la ricetta ma, visto che siamo in tema, la riporto tenuto presente che sono possibili leggere, leggerissime, variazioni.

Allora facciamo conto di essere in quattro, dipende da quanto mangiamo ma potremmo fare :
- 1 kg di acciughe
- ½ kg di pomodori (belli maturi e succosi)
- 1 cipolla (ma anche 2, dipende da come sono grosse e se vi ce ne piace un po’ di più o un po’ di meno. Va ben, fate voi)
- 1 carota (io non ce la metto)
- Aglio (anche qui dipende dai gusti, comunque un po’ ci vuole)
- Sapori, se volete metterceli, li scegliete voi ; stesso discorso per i capperi (io ce li metto)
- Vino bianco delle nostre parti (che per non sprecarne è lo stesso che poi si beve mangiando il bagnon ); ma per tener brodoso il Bagnon potete usare anche il brodo di pesce (se il giorno prima vi siete fatti il pesce bollito o avete deciso di prepararvelo per il giorno dopo, altrimenti non ne vale la pena) oppure un brodo fatto con cipolle, carote e un po’ di sedano
- Olio di olive delle nostre parti (costa un po’ di più … ma fa lo stesso)
- Sale (io non ce ne metto)

Cominciamo a lavorare.
- Puliamo le acciughe (mi me e fasso mondâ da-o pesciâ, lê o fâ ciù fito che mi e mi no me ronpo o beretin)
- Tritiamo la cipolla, la carota e gli altri sapori per chi ce li mettete , i pomodori (se volete gli togliete la pelle sedunque no ; non buttate via la loro acqua perché ci serve per contribuire a tenere brodoso il bagnon)
- Se volete tritate anche 7-8 acciughe (che daranno al soffritto il sapore del mare)
- L'aglio lo lascio intero perché se finisce nel mio piatto lo tolgo, coscì no me spussa o sciòu

In un tegame (sarebbe bello quello di terracotta ma la roba ci si attacca che è un dispiacere) ci si mente un po’ di olio e ci si fa soffriggere quello che abbiamo tritato (ma non i pomodori) e l’aglio. Viene bene aggiungerci un bicchiere di vino (ma un po’ per volta).
Quando siamo al punto giusto ci mettiamo i pomodori e facciamo cuocere ad occhio, diciamo mezz’ora.
Per mantenere brodoso ci aggiungiamo, quando serve, un po’ di brodo a piccoli mestoli; se proprio non ne abbiamo usiamo il vino o acqua calda (magari, per risparmiare un po’ si può fare metà e metà). A dirla tutta non credo che i pescatori o i marinai “sprecassero” così il vino.
A questo punto ci mettiamo le acciughe ed andiamo avanti con la cottura. Si giudica ad occhio (assaggiare è meglio) ma una decina di minuti dovrebbero andare bene. Ricordamoci di mantenere un po’ brodoso perché nella fondina ci dobbiamo mettere la galletta del marinaio meglio se spezzata (se non ne abbiamo o pan pöso o va ben pægio) che si ammorbidisce assorbendo il liquido.

Mettete in conto che sarà difficile che alla prima venga perfetto, bisogna provare qualche volta prima di prenderci la mano.

Da bere vi faccio sceglie tra : Bianchetta, Cortese, Lumassina, Pigato, Vermentino.

Belin, de scrive sta riçetta me vegnuo coæ de bagnon!

Bon prô o ve fasse

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Liguria d'Oltremare: l'onnipotenza dei Genovesi.

Ad un osservatore libero non può sfuggire che la Liguria paesaggisticamente più bella e storicamente più affascinante sia quella d'Oltremare. Laddove l'Oltremare sta per una terra che Liguria propriamente non è: la Corsica.
 
Ma il richiamo non è un'invenzione e neppure un gioco e tanto meno un mito scherzosamente usato. È la Corsica stessa che ha ripreso l'antica immagine della gestione Genovese dell'isola per restituircela in raffinata eleganza, in quanto i segni di quella presenza oggi hanno grandissimo credito nel mondo.
Una cosa sorprendente se si pensa che i Corsi hanno sempre esercitato tutti i loro usi e costumi locali come segno di identità. Un'identità così intensa che ha dislocato lungo i secoli le forze della lingua, dei legami familiari, dei prodotti della natura per difendersi dalle altrui ingerenze e dominazioni. Una storia tanto fiera e particolare che persino gli animali da  allevamento l'hanno ripresa; in Corsica, anche le mucche hanno il mantello della tigre.
Lo sapeva bene l'antica Genova, città di memoria lunga, per la quale, fra le tante lotte sostenute nella sua storia secolare, la Grande Guerra era una e soltanto una: quella di Corsica del 1553-59.
Se la Corsica contemporanea decide di rivolgersi a quel suo passato, grande e misterioso, per entrare definitivamente nella casa del movimento turistico-culturale internazionale non è dunque solo un compromesso di comodo.
L'orgoglio dei Corsi ha sempre saputo mantenere la necessaria distinzione fra le cose che li circondano.
La lotta contro la Repubblica di Genova è il portato di questa pratica culturale. Proprio quando a Genova, dopo la congiura dei Fieschi,  scattavano  le ritorsioni “doriane” contro quella parte di nobiltà e di popolazione in qualche modo riconducibile alla sfera di interessi fliscana, in Corsica  i rivoltosi saccheggiavano e distruggevano i beni  di quella parte di aristocrazia legata ad Andrea Doria mentre risparmiavano tutti quelli contraddistinti dalle insegne dei Fieschi.  Così ancora oggi troviamo integri  molti dei beni appartenuti a quella antica casata.
 
Questa marcata tensione immaginifica verso i connotati Genovesi dell'isola ha trovato il suo punto più alto in una trasmissione televisiva* confezionata belle e apposta per presentare al mondo il patrimonio culturale locale.
Il forte di Girolata e la cittadella vertiginosa di Bonifacio ne sono stati, al tempo stesso, la forma ed il tema. Per dirla con le parole della conduttrice: “ Des falaises de calcaire blanches sculptées par le vent, Bonifacio, cité fortifiée comme suspendu dans le vide , un dédale de ruelles  qu'il domine la mer a plus de 70 mètres d'hauteur, signe de la toute puissance des Genois”.
 
Dio salvi la Liguria d'Oltremare e, se può, dia un'occhiata anche alla Madrepatria; c'è tanto bisogno. 

* Il servizio di Carole Gaessler  in Corsica è andato in onda mercoledì 20 aprile 2016 alle ore 20,55 su TV5Monde.

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