O salamm-e de Sant'Òrçeize. . . pe no dï de quéllo d'Oê!

O salamm-e de Sant'Òrçeize. . . pe no dï de quéllo d'Oê! Il salame di Sant'Olcese . . . per non dire di quello di Orero!
Orero di Serra Riccò, che un tempo era territorio di Sant'Olcese, è amenissimo luogo del
comprensorio dell'Alta ValpolSalumificioorerocevera nei pressi di Casella "quella di quel Trenino che da una collina genovese sale fino ad un monte" lassù in Alva Valle Scrivia!
Orero è il luogo di "Niuxi → 'n i uxi → il luogo dove si sentono le voci" che è quello dove nel 1923 è stato ritrovato il "Tesoretto di Serra Riccò", di quelle Dramme ed Oboli di tipo massaliota che si dice addirittura di "fabbricazione" autoctona e databili intorno al III - II Secolo a.C.
E' anche il luogo di Ciaè "pianoro solatio" come mi disse la compianta Prof. Petracco Sicardi dopo che le ebbi descritto quel luogo che si trova nei pressi delle Fonti del Pernecco con il suo ponte "che chi lo sa quanto durerà ancora" e va già bene che se ne occupano @Gruppo Antincendio Sant'Olcese!

Ad Orero di Serra Riccò - che ha anche il record di avere il Passo Appenninico più basso d'Italia dove nei pressi dello stesso c'era il salumificio dei carissimi amici Anna e Rocchino Torrazza che non c'è più ed è perciò finito con tutti i suoi segreti della "salamazione" esportata anche all'estero - sull'onda di una antica tradizione più o meno tutti facevano "o salàmme d'Oê" per uso ". . . domestico"!
Lassù, però, i migliori salami venivano principalmente preparati di sole carni suine anche non veniva disdegnata neppure quella di asino . . . che dopo tante fatiche .  . .
Cose molto buone che non so chi le farà più (. . . vero Walter Morando?) in questi luoghi del nostro bellissimo Entroterra dove, fra l'altro, sull'onda della saggia filosofia del "no caciâ vîa nìnte/non gettar via ciò che può venire ancora bene", con gli scarti della "salumificazione" si facevano prodotti di "seconda tacca" che non per questo "trattandosi di cibo e non di uomini politici" non sono meno buoni e/o almeno particolari ed oggi anche di moda come "a Mostardélla→la Mostardella" e la minestra con "e Mostrardelìnn-e→le Mostrardelline"!

Ma chi ne sa più di 'ste cose . . . detta così, solo da appassionato "delle nostre cose" che se ne occupò però un po', un po' di tempo fa, fra una difficoltà e . . . l'altra.
Ciao

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Giuseppe Marzari

Giuseppe MarzariI Genovesi lo conoscono benissimo e ne apprezzano lo stile composto ed elegante con cui sapeva "giocare" su ogni argomento.

Con le sue esibizioni di attore ha reso pubblico lo spirito English che caratterizza i Genovesi.
Chi è nato negli anni '50-'60  ricorda Ö sciö Ratella nelle trasmissioni domenicali del Gazzettino mandate in onda dalla RAI-Liguria.

 

Giuseppe Marzari Arte culinaria

 

Il brano che potete ascoltare cliccando  sull'immagine del 45 giri dimostra come argomenti "delicati" possano essere trattati con eleganza ; un modo sideralmente distante da quello sguaiato e volgare che si riscontra frequentemente in certe "comicità".

Gli sketch di Marzari, se capiti, contribuirebbero a raddrizzare il costume in voga.

 

Su facebook gli è stata dedicata una pagina.

 

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  • Ospite (Filippo)

    Giusto e doveroso omaggio ad un grandissimo artista che, all'epoca dell'imperante motivo del nazional-popolare, ha saputo elevare la questione dialettale oltre il limite dell'aneddotica.
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Cortese di Gavi. Il vino dal (forse) doppio destino.

- Posso avere del Cortese di Gavi?

La mia passione per questo vino deriva da quando ero soltanto un ragazzino e mio padre mi permetteva di recarmi in molte delle tenute dove si produceva questo particolare bianco ligure-piemontese. Di solito si univano a me uno o più amici e viaggiavamo in questo piccolo universo vitivinicolo con lo stesso spirito interessato di funzionari in missione.
Una volta, avrò avuto quattordici anni, attraverso un amico di famiglia ebbi la possibilità di visitare la più prestigiosa casa vinicola di quel territorio. Ricordo bene quando attraversai il lungo salone per recarmi al primo piano. Lì fra gli altri c'era un uomo che non avevo mai visto prima, si chiamava Mario.
Lo avrei rincontrato oltre 20 anni dopo sull'Appennino abruzzese attorno ad un calderone in cui si bolliva e ribolliva la pecora all'uso dei pastori continentali e balcanici.
Solo allora seppi esattamente chi era. Mario Zorzetto, antico chef di Aristotele Onassis, che all'epoca di quel primo incontro da Genova era risalito a Gavi per rifornire di quel vino eccellente la cantina del suo famoso principale.

- No signore, mi dispiace. Non serviamo più il Gavi. Rispose il sommelier.
- Come è possibile? Sono a Genova, probabilmente nel migliore ristorante della città e non trovo il vino forse più blasonato, sicuramente più famoso al mondo dell'area Ligure. Tanto per dire era il vino preferito da Onassis.
- Mi dispiace veramente, ma nessuno lo chiede più. Troppo delicato, cortese appunto. Ormai prevalgono bianchi più intensi, maggiormente profumati, di struttura più corposa e di una gradazione leggermente maggiore. In quanto ad Onassis non è detto che conoscesse il vino.
-
É vero. Forse Onassis non conosceva il vino ma sicuramente poteva scegliere, o farsi aiutare a scegliere, fra tutti gli uvaggi dell'universo mondo. Comunque non è questo il punto. É che un vino eccezionalmente dotato sembra avere il destino segnato. In negativo.

Oppure no?
Certo, con una cucina come quella attuale che si diletta nel giuoco degli opposti, arricchendo ogni pietanza, magari già di per sé perfettamente completa, di un contrappunto sia esso sapido, acido o croccante (o tutti e tre insieme) per esaltare i contrasti fino a banalizzarli in un non senso gastronomico, più il vino è aromatico più copre i gusti del piatto e più il tutto sembra appropriato.

Come i ligurissimi muscoli che nei Restò* della regione diventano cozze per sembrare nazionali e dunque più buoni. Nessuna speranza allora per il Gavi.

Ma se il piatto è delicato? Tutto giuocato su sfumature così sottili da sembrare quasi astratte, come una carne bianca cotta al fieno di maggio? Allora il vino deve essere educato, affabile.
Eccezionalmente buono da completare un pasto che si giuoca su tenerezze infinite ed immensamente delicato da armonizzarsi con pure astrazioni di senso.

E si potrebbe continuare con molte altre ricette.

Ecco allora che un altro destino forse si apre all'orizzonte del Cortese di Gavi. Il destino di un talismano, di un amuleto che, con se stesso, può salvare il capitale inesauribile della cucina Ligure e dunque della sua cultura ricca di Uomini semplici e di tenerezze nascoste dalle noiose grossolanità enfatiche del trendy più trendy che c'è: l'assenza di debita riflessione.

* termine francese, di comune uso internazionale, per indicare i locali di ristorazione

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FRANCO MONTEVERDE. Intelligenza e cultura

In queste giornate di metà estate dominate da notizie che spiccano o per pochezza di contenuti o per la preoccupazione che suscitano mi pare il caso di rivolgere lo sguardo al ricordo di una figura che molti rapporti ha avuto con la nostra Associazione.

Mi riferisco a Franco Monteverde, scomparso l'anno scorso, per molti anni direttore dell'Istituto Gramsci, noto al grande pubblico forse più per la sua esperienza di assessore al Comune di Genova negli anni '70 che non come uno dei più acuti osservatori della realtà socio-culturale della regione degli ultimi 25 anni.

Eppure molte delle argomentazioni sono ancora quanto di meglio si possa disporre. Interessato a tutto ciò che rientrasse nei campi della cultura e dell'intelligenza dava grande importanza alla nozione ed al concetto di verità.

Una volta mi disse che compito di un intellettuale era quello di dire la verità. Non quella esatta, neppure quella giusta,formale, ma quella vera necessaria per dare soluzione ai problemi.

Una lezione che mi è rimasta impressa nella mente.

Così come in grande evidenza metteva la necessità di condurre una vita militante senza la quale non si potevano comprendere le tante realtà nelle quali si articola la società contemporanea né difendere libertà e diritti.

Non deve allora sorprendere che in un momento come questo ricordiamo Franco Monteverde avendo in Lui un'ispirazione.

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«Il dialetto è la lingua intima delle coppie, usatelo con i figli»

Questo l'ultimo invito rivolto ai genitori dal Papa.

Non saprei dire se il riferimento al dialetto è un riferimento al recupero della tradizione, intesa come spazio di esperienza intima, autentica, spontanea, attorno al quale articolare il recupero dell'esperienza di fede. Neppure so se il Santo Padre abbia voluto riferirsi al dialetto come ad una lingua della semplicità necessaria per lo scarto che la separa da tutte le elaborazioni ed ipercorrezioni delle formule colte per stabilire uno spirito pioneristico. Quello del credente che deve entrare nel mondo per ri-colonizzare un territorio ormai secolarizzato.

Certo è che il riferimento al dialetto come spazio di esperienza e di conoscenza intimo, se non alternativo, sicuramente complementare all'universalismo formulistico delle lingue codificate fa pensare.
Fa pensare soprattutto a quante occasioni si sono perse per salvaguardare e dare un senso alle parlate locali finché c'erano dei soggetti parlanti. E oggi che i locutori non esistono praticamente più la realtà appare drammaticamente segnata in senso negativo.

Poi che le parlate dialettali e le diverse sfumature delle lingue regionali sopravvivano in alcuni club per eruditi o all'interno di alcune famiglie di antica tradizione, se non di sicuro lignaggio, non fa che confermare questa lenticolare dispersione, aggravandola.
La aggrava perché i club degli eruditi, per loro stessa natura fintamente esclusivi, non sono veramente interessati al recupero ed alla diffusione di quel complesso marchingegno che regola l'insieme di norme, attitudini e valori che vanno sotto il nome di dialetto. La totalità del dialetto come fenomeno culturale e sociale a loro non interessa.

Forse più favorevole al tema del recupero del dialetto è l'atteggiamento con cui alcune famiglie di tradizione ne affrontano la problematica. Qui viene inteso come un particolare stadio della conoscenza. Un modello di natura empirica fondato però su una tradizione molto precisa relativa a realtà storiche articolate secondo meccanismi essenziali di azione e di regole che riandavano, per tendenze evolutive, a quella stessa tradizione. Naturalmente le stesse realtà storiche che hanno dato origine alle casate in argomento.

Ed è quindi proprio per comprendere e spiegare ai figli la struttura della personalità sociale che quelle famiglie avevano ed hanno, che il dialetto diventa uno strumento distintivo che consente di avere e di trasmettere all'esterno l'idea che si ha di sé. Esattamente come avviene attraverso l'arte, gli oggetti, i beni, la conoscenza, dunque anche il dialetto in determinati ambienti assume una funzione mediatrice nelle relazioni Me-Altro.

É forse la sua funzione più caratteristica. Il modello educativo di cui ogni gruppo ed ogni società che voglia caratterizzare sé stessa hanno bisogno.

Peccato che questo strumento, almeno in Liguria, sia stato abbandonato.

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